In un attimo due uomini furono allato della Zoe, le ebbero afferrate le braccia e toltole di pugno il ferro. Allora ella vide avanzarsi su di lei e starle sopra la faccia terrea di Barnaba; allora sentì sulla sua persona il contatto di due mani che parevano frementi. Trasalì, come corse le vene da un brivido di ribrezzo, mandò un gridolino di rabbia repressa, slanciò uno sguardo di ferocia impotente su quel volto pallido, macilento, incavato, che incombeva sul suo. I loro sguardi s'urtarono come due saette che s'incontrino per aria volando, parve se ne sprigionassero scintille. Nessuno dei due cedette e si abbassò innanzi all'altro; ma nelle pupille di quell'uomo che le parvero in fondo alle occhiaie come belve appiattate in fondo ad una caverna, Zoe travide un fuoco profondo, cupo, terribile, credette travedere un pauroso mistero.
— Chi è quest'uomo? domandò a sè stessa. Che vuol egli da me? Perchè mi pare che costui debba entrare nella mia vita?
La perquisizione, come già sappiamo, non ebbe risultamento di sorta. Zoe arrestata venne il giorno dopo messa nuovamente in libertà. Verso sera di quel giorno medesimo, ella riceveva da mano ignota un bigliettino scritto col lapis che riconobbe tosto di pugno del medichino.
Esso non conteneva che queste poche righe:
«Sono nelle carceri senatorie. Confido in te. Oro e protezioni ci vuole. Verrà a tempo opportuno un uomo a mettersi teco in rapporto. Per ora agisci con prudenza. Quell'uomo che ci ha spiato, che mi ha arrestato, Barnaba, ha qualche ragione personale contro me o contro te. Cerca d'accostarlo, studialo, tenta di sedurlo. Non mi pare impossibile.»
Erano due giorni che la Zoe non poteva scacciare di mente il pensiero di quell'uomo cui anche Luigi veniva ora a ricordarle. Per quanto avesse frugato e rifrugato nelle sue memorie, non aveva trovato nulla che le rammentasse aver avuta con lui relazione.
— Lo cercherò; si disse; voglio penetrare questo mistero.
Come il medichino fosse riuscito a far pervenire quel biglietto alla Leggera, vedremo di poi. Ora torniamo indietro d'alquanto e rechiamoci al letto di morte dell'usuraio Nariccia.
CAPITOLO XXIV.
La mattina del giorno che successe all'interrogatorio di Nariccia, Padre Bonaventura, chiamatovi dall'infermiere, accorreva al letto dell'usuraio moribondo. Questi, che avrebbe desiderato un altro per confessore, esitò un momento fra la ripugnanza che allora gl'ispirava il suo antico complice e lo spavento di morire senz'assoluzione, portando seco nella tomba il fatale segreto del suo orribil peccato. Lo spavento la vinse, e sentendo in se stesso che non gli rimaneva tempo abbastanza, nè vigoria d'animo e di volontà da mandar via il gesuita ed aspettare la venuta d'un altro confessore, si rassegnò a far manifesta la brutta storia del suo passato in una confessione che fu lunga, penosa, interrotta da debolezze e da spasimi, fatta con voce soffocata, il più spesso appena se intelligibile, a coglier la quale il frate doveva star curvo sopra il letto e tener l'orecchio proprio sulla bocca del giacente.