Trascurando tutto il resto che non ha rapporto colla nostra storia, diremo ciò che da siffatta confessione il gesuita apprendeva riguardo al figliuolo di Maurilio Valpetrosa e di Aurora di Baldissero.

Nariccia, incaricatosi, come sappiamo, di fare scomparire quel bambino, erasi partito solo dalla casa in cui dolorava la povera madre, recando seco il neonato. Di molte cose, e scellerate tutte, pensava egli, strada facendo, e ne conchiudeva che a lui avrebbe giovato forse che quel bambino fosse perduto di guisa che altri non arrivasse a rintracciarlo mai più, ma egli pur lo potesse tuttavia, quando di ciò glie ne nascesse convenienza. Per prima cosa, a questo fine, pensò togliergli d'intorno i contrassegni di riconoscimento che gli aveva posti la Modestina e che da costei e da Padre Bonaventura erano conosciuti; e quei contrassegni ritenerli presso di sè. Così nè la donna, nè il frate non avrebbero più avuto nessun bandolo da servirsene essi stessi o da dare altrui per venire in chiaro di ciò che fosse diventato il bambino. Egli poi avrebbe messogli un altro contrassegno particolare, per mezzo del quale potesse all'uopo ricuperare l'abbandonato fanciullo e sarebbe stato egli solo padrone del suo segreto.

Con siffatti pensamenti pel capo, e già risolutosi a porre in atto questo proposito, egli era giunto alla frontiera di Lombardia, cioè al Ticino, s'era liberato con una mancia dalle seccature degli agenti austriaci mezzo addormentati, e penetrava sul ponte, a capo il quale i doganieri e carabinieri piemontesi dovevano fermarlo per dar conto di sè e delle sue robe. Aveva viaggiato di notte, e rompeva appena l'alba. Tutto era deserto e silenzioso sulla riva piemontese, e la sola cosa che ci fosse di vivo era il lumicino della lanterna attaccata al casotto dei doganieri, che però era presso a spegnersi. Nariccia arrestò il cavallo a mezzo il ponte, guardò ben bene se anima viva lo potesse vedere e sentire, e rassicurato compiutamente, scese dal legno, prese il bambino, e pian piano, in punta di piedi, venne a deporlo per terra a capo del ponte dalla parte del territorio piemontese. Come contrassegno egli, trascelta fra le lettere di Valpetrosa che aveva nel suo portafogli quella che meno contenesse parole onde si potesse avere indizio della provenienza, l'aveva stracciata per lo lungo e una delle due metà del foglio insinuato in mezzo alle fasce del bambino.

Quando ebbe deposto per terra il poveretto, Nariccia tornò dello stesso modo al suo legno e facendo chioccar la frusta se ne venne di trotto verso la uscita del ponte, dove un agente della dogana ed uno della pubblica sicurezza, levatisi al rumore e mezzo sonnacchiosi, lo fermarono al solito per le solite formalità. Mentre Nariccia, senza scendere neppure dal carrozzino, esibiva il suo passaporto e mostrava che nella piccola valigia che era suo solo bagaglio, non v'era oggetto alcuno che dovesse pagar dazio d'entrata, ecco un vagito di bambino suonare lì presso.

Il viaggiatore si sporse in fuori del suo legno, e il carabiniere e il doganiere si volsero verso il luogo da cui quel lamento era venuto. Videro il fagottino per terra: il doganiere lo prese ed esclamò:

— Tò: qualche scellerato che abbandonò qui questa piccola creatura.

Il carabiniere guardò con sospetto il viaggiatore; ma questi aveva un'aria così innocente e meravigliata; l'avevano veduto giungere pur allora e non scendere nemmeno: come dubitare di lui?

— E che cosa ne facciamo di questo bel regalo? domandò il doganiere, il quale per ventura era trovatello anche lui, aveva un cuore eccellente, e s'intenerì di botto alla vista di quel poveretto.

— Lo prenda Lei, disse il carabiniere a Nariccia, lo reca seco sino a Novara, e là lo mette all'ospizio.

— Io no certo: rispose Nariccia. Non vo' compromettermi. D'altronde può essere che alcuno venga ancora qui da voi altri a farne ricerca.