Maurilio rientrava al palazzo Baldissero, l'anima sconvolta. In casa Benda aveva avuto luogo quella scena che abbiamo narrato, in cui Gian-Luigi lo aveva cotanto avvilito. Quando il domestico gli disse che il marchese desiderava parlargli, Maurilio fu sul punto di rispondere che non poteva recarsi da lui, che stava male, che aveva assoluto bisogno di solitudine e di silenzio. Ma non osò: obbedì sollecito alla chiamata, e camminando lentamente verso lo studio del marchese, domandava a se stesso se doveva o no esporre allo zio di Virginia tutti i suoi dubbi e le ragioni dei medesimi. Non ebbe mestieri di decidersi in questa tenzone del suo spirito: il caso colla forza dei fatti decise per lui. Il marchese sapeva più di quanto egli era riuscito a scoprire, e ripetendogli le confidenze di Padre Bonaventura, gli poneva innanzi la certezza di quel ch'egli aveva argomentato dovesse essere. Non egli era il figliuolo smarrito di Aurora, e questi, se fosse da trovarsi mai, cosa che al marchese pareva impossibile, era da conoscersi per la metà del foglio stracciato in cui era scritta la lettera di Valpetrosa.
Il nostro giovane protagonista, a questa comunicazione, chinò il capo e parve non avesse capito, o fosse indifferente, tanto era priva d'espressione la sua immobilità e tranquillo il suo pallido volto. Ma dentro di lui c'era un tumulto che nessuna parola potrebbe dipingere. Stette un momento in silenzio, poi domandò al marchese gli mostrasse quella metà di lettera che era rimasta presso Nariccia. Il marchese glie la porse. Appena vi ebbe posti sopra gli occhi, Maurilio la riconobbe tosto pel carattere, per la carta, per la forma, per la lunghezza, come il complemento di quella che aveva in suo potere Gian-Luigi. Tuttavia la esaminò attentamente. Le parole che si leggevano in quel foglio di carta ingiallita erano le seguenti:
«La carrozza sia pronta-
cata. Prendete ogni precau-
«Da Milano vi farò conoscere-
m'informerete di ciò che avverrà-
Se fossi inseguito mi difenderò.-
te, ripeto quello che vi ho già-
fino a nuova mia ulteriore deci-
Maurilio lesse e rilesse queste linee interrotte. Egli che aveva visto più volte lo squarcio del foglio posseduto dal suo compagno d'infanzia e che ultimamente, una settimana innanzi aveva rivedutolo e rilettolo, l'aveva in quel punto così presente alla memoria che se tuttedue le parti della lettera gli fossero state poste raccostate dinnanzi non avrebbe potuto farne più precisa lettura di quello che faceva la sua mente, completando le presenti colle parole che mancavano.
Era un bigliettino che il seduttore d'Aurora aveva scritto a Nariccia per dargli le ultime istruzioni e gli ultimi ordini riguardo alla sua fuga con Aurora, per cui l'intendente della famiglia Baldissero compro a denari s'era impegnato a procurare i mezzi; ed intero questo corto biglietto diceva così:
«La carrozza sia pronta all'ora che v'ho già indicata. Prendete ogni precauzione perchè nulla trapeli.
«Da Milano vi farò conoscere il mio indirizzo, e voi tosto m'informerete di ciò che avverrà qui dopo la nostra partenza. Se fossi inseguito mi difenderò. Quanto alle somme depositate, ripeto quello che vi ho già scritto: rimangano presso di voi fino a nuova mia ulteriore decisione.»
Il giovane, che seguiteremo a chiamar Maurilio, perchè nessuno fin allora poteva conoscergli altro nome, restituì al marchese quel pezzo di carta, e disse con placida amarezza:
— Il mio non sarà stato che un sogno... un sogno che ha durato ben poco..... ma che sarebbe anche meglio non avesse neppur cominciato..... Il colpo non mi giunge inatteso... Chi son io dunque? Nessuno e sempre nessuno: preso nelle tenebre, vivrò nelle tenebre, e non saprò mai mettere un nome a quella individualità a cui debbo il tristo dono della vita.