Il marchese, che credette scorgere in queste parole l'accento d'una profonda desolazione, lo interruppe con amorevolezza.

— Non perdete ogni speranza. Nariccia, a quanto mi ripetè Padre Bonaventura, incaricò dell'empia commissione due scellerati, di uno dei quali forse c'è ancora possibile aver notizie da poterlo rintracciare; egli è appunto il fratello di quella sciagurata che fu cameriera della mia infelice sorella, e per mezzo di lei se ne potrà probabilmente saper qualche cosa. Il suo nome è Michele Luponi e venne sopranominato Stracciaferro.

Innanzi agli occhi di Maurilio passò come un lampo di color sanguigno, il suo cervello sentì come la puntura di un ferro arroventato.

— L'altro di quei scellerati che derubarono il bambino chiamavasi Graffigna? domandò vivamente il giovane.

— Sì.

Egli sapeva oramai l'esser suo. L'azzardo gli aveva squadernata dinanzi la pagina del suo destino. Si rivide nell'orrido aere fetente della carcere dove aveva udito l'orribile racconto di Stracciaferro; rivide la faccia bestiale di quell'uomo ubriaco tormentata dai graffi del rimorso; riudì le orribili parole di Graffigna che tutto lo avean fatto raccapricciare; riudì sulle labbra di Stracciaferro il grido ch'egli confessava riudire nelle sue notti, il grido della donna assassinata che domandava le si rendesse il suo sangue, riudì il grido supremo di toro ferito con cui l'assassino aveva conchiuso quella spaventosa narrazione: «quel bambino era mio figlio!» e sentì insieme assalirgli le intime sedi della vita un gelo di morte ed una vampa di fuoco. Quella donna assassinata era sua madre; il bambino derubatole era egli stesso; suo padre era un galeotto, ladro ed omicida!

Il delirio e la follia gli si slanciarono al capo insieme coll'èmpito del sangue: sentì che a stento poteva tenere il freno della ragione al suo intelletto scombuiato.

— Orrore ed infamia! esclamò egli coll'aspetto d'un dissensato che è assalito dal parosismo della follia. Infamia ed orrore!... Ecco la mia ricchezza; ecco la mia parte di bene sulla terra.

Ruppe in una risata ad udirsi penosissima, e si slanciò fuori dello studio.

— Maurilio! Maurilio! gridò il marchese con voce in cui si temperavano il rimprovero, il comando autorevole ed un affettuoso interesse; ma il giovane non l'udì, e corse via, come Caino dopo l'orrendo suo delitto.