Una vertiginosa fantasmagoria di strane immagini orribili, spaventose, in mezzo ad una nebbia color di sangue, gl'invase il cervello. Vide in un tramestio orrendo assassini e vittime, suppliziati e carnefici, antri di prigione e ferri di catene, e dominante su tutto la schifosa ombra dello stromento del supremo supplizio. Si levò irte le chiome, smarriti gli occhi, sconvolte le sembianze, contratti i muscoli, tutti in un tremito i nervi. Gli spettri della pazzia e dell'infamia gli danzavano innanzi. Tutti gli oggetti vedeva di color rosso affuocato; sentiva con dolore inesprimibile battergli forte i polsi nella testa. Si recò barcollando come un ebbro, le mani tese innanzi al par d'un cieco, al lavamano, e immerse a più riprese la faccia e la testa nel catino pieno d'acqua fredda; ciò non gli bastava: prese una tovaglia, la inzuppò nell'acqua e se ne cinse la fronte che gli ardeva. Tutto ciò fece con atti macchinali, senza aver coscienza di sè. Ne provò alcun giovamento. L'orribile ridda che gli movevano nel cervello le immagini provocate dal delirio si calmò; le visioni spaventose si dileguarono in quella nebbia dello spirito che da rossa color sangue si sfumava in un color rosato con dei guizzi più vivi che parevano baleni. Guardò intorno a sè, come attonito, smemorato, e si riconobbe. Trovò nella sua mente, dritto, per così dire, in mezzo al rovinio di quelle visioni della febbre, un pensiero:
— Non ho detto al marchese chi e dov'era il suo vero nipote; e convien bene ch'e' lo sappia.
Si strappò dalla fronte la servietta fumante onde s'era cinto le tempia e si slanciò verso la porta. Ma ecco tosto la mano adunca della pazzia acciuffarlo di nuovo. La febbre cerebrale, che sempre incombeva, minaccia immanente sugli organi sovreccitati della sua intelligenza, gli piombò addosso come falco sulla preda. Stralunò gli occhi, rise orribilmente, battè l'aria colle braccia come fa delle ali uccello ferito che non può più levarsi a volo, mandò un grido soffocato, un gemito, un rantolo; e cadde lungo e disteso sul pavimento.
Al sopraggiungere del medico fu aperta di forza la porta, il giovane fu raccolto di terra e posto a letto, e il male fu sollecitamente ed energicamente combattuto coi salassi, colle mignatte, colle ventose.
— Temo che nulla non possa più salvarlo: disse al terzo giorno il medico al marchese che mostrava molto interesse per quell'infelice.
Egli non era ancora tornato neppure un momento in cognizione di sè, e ad ogni parosismo di quella febbre cui nulla ancora aveva potuto vincere, tornava più fiero, più penoso, più dissensato il delirio.
Giovanni Selva, Romualdo, Vanardi, saputo dello stato del loro amico, chiesero ed ottennero di venirgli prestar le loro cure, come avevano già fatto nella precedente identica malattia, quando essi l'avevano primamente ospitato.
Più tardi ci furono eziandio Don Venanzio e la vecchia Margherita, la nutrice di Gian-Luigi. Il parroco era corso a Torino, tutto stravolto e sconsolato dalle due bruttissime novelle: l'arresto di Gian-Luigi e la malattia mortale di Maurilio; la Margherita, udito con indicibile angoscia quello che era avvenuto a colui ch'essa aveva nutrito col suo latte, cui amava più d'un figliuolo, aveva voluto accorrere alla capitale, come se la sua presenza lo potesse difendere, lo potesse aiutare; e seco aveva recate ancora intatte le mille lire statele date poco tempo prima dal medichino. Tanto a lei, quanto al parroco, l'autorità giudiziaria aveva intimato comparir come testimoni nel processo che con sollecitudine straordinaria si veniva istruendo contro di Quercia.
CAPITOLO XXV.
La mattina del giorno che successe a quello in cui il medichino venne arrestato, il conte Langosco entrò senza farsi annunziare nella camera da letto di sua moglie alle ore dieci, che sono per quella gente, in tale stagione, come l'ora dell'alba pei poveri operai.