Candida aveva passata una notte infernale, in cui lo spasimo dell'anima aveva mantenuta vigorosa la febbre del corpo; sulla sua bellezza e sulla sua gioventù erano passati nel giro di dodici ore due lustri ed avevano stampata la loro impronta nell'incavamento delle occhiaie, nella carnagione che aveva perduta la freschezza ed era diventata floscia, nelle finissime rughe che le si erano disegnate come raggi divergenti dall'angolo esterno degli occhi alle tempia. Certo mai colpa di donna violatrice del suo giuramento di fedeltà coniugale non fu punita con più crudeli tormenti, coll'angoscia di più vive paure, di più profonda vergogna; ned ella poteva dirsi aver già tutto pagato il suo fio, essere andata al fondo della coppa di dolore, e non poterle piombar più sull'anima spasimi e sgomenti ed ansietà ed onta maggiori. Nell'orribile insonnia di quella notte, la sua anima era passata per tutti gli stadi della disperazione, dalla violenza dissensata al torpido abbandono dell'abbattimento; ne aveva pensato ogni fatta spedienti, dal coraggio della dissimulazione alla fuga, dal pentimento in un chiostro al suicidio. E ciò che era un aggravamento delle sue triste condizioni morali si è che quell'empio amore appiccatosele a tutto l'essere, come alle membra di Alcide la camicia di Nesso; quell'empio amore continuava in lei torbido, fiero, violento, scellerato, a dispetto della vergogna, del rimorso, d'un sentimento inesprimibile di rabbia impotente e selvaggia. Tutto le inaspriva la sanguinante piaga; e quello che aveva nel pensiero e quello che aveva intorno a sè. Ogni oggetto che vedeva in quella camera le ricordava un momento della presenza, una mossa, una parola di colui che era penetrato profanatore in quel santuario della fede coniugale: la cameriera che era rimasta l'ultima a disporre il lumicino per la notte, cui essa aveva comandato testè d'allontanarsi, le stava come un'incarnazione vivente di certi ricordi per cui la doveva arrossire; l'aspetto e la parola di Zoe le rimanevano presenti come la mitologica persecuzione d'una furia vendicatrice; aveva infisso nel cervello lo sguardo freddamente implacabile del marito. Al pensiero di rivedere costui raccapricciava: le pareva che meno tremendo le sarebbe stato sopportare lo sguardo del Giudice Supremo: in questo almeno colla giustizia avrebbe trovato pietà; nell'anima del conte, devastata come il suo cranio ingiallito, come il suo volto scarnato, sapeva che di pietà non ne avrebbe potuto trovare. E in mezzo a tutto ciò l'assalivano di quando in quando con un'aspra voluttà inenarrabile soavi rimembranze di certi momenti, di certe parole di lui, di certi delirii, di acuti diletti della passione e della colpa.

Quando vide entrare il marito nella sua camera, chiuse gli occhi come per allontanare un momento almeno l'urto penoso dello sguardo di lui: il suo respiro affannato diceva quanto il cuore le battesse. Il conte le si avvicinò lentamente, fissandola fino dalla porta col suo vivace occhio da vipera. La fante, che era presente, ebbe compassione della sua padrona, e mettendosi innanzi al conte, gli disse con voce sommessa:

— La riposa un momentino....

Langosco non la lasciò continuare: la fece ammutolire con un freddo sguardo, che fu più eloquente d'ogni parola, e colla destra la trasse in là per passare.

— Vedo con piacere, diss'egli quando fu alla sponda del letto, che voi state molto meglio.

Candida aprì gli occhi, ma non li volse verso il marito, sibbene al soffitto, come per protestare tacitamente contro quell'affermazione. Ella si sentiva tanto male che le pareva dover morire.

— Sì, voi dovete star meglio: continuava il conte: lo giudico dal vostro aspetto.

Si voltò verso la cameriera e le disse tranquillamente:

— Andate.

La donna non si fece ripetere il comando.