— Il signor conte le fa sapere che l'aspetta nel salone.

In que' tempi, finito il carnevale cessava il grandioso spettacolo di opera e ballo al teatro Regio; anzi di quaresima nissun teatro era licenziato a stare aperto e chiamare il pubblico a divertimenti profani. Regnavano assolutamente sulla noia dei cittadini i predicatori, di cui uno per ogni chiesa chiamava tutti i giorni a pentirsi una folla di donne eleganti che ci andavano per esser viste, e di giovani galanti che ci accorrevano per vedere; e facevano solamente concorrenza a questo magro spasso le marionette e i burattini e qualche privato concerto. La Corte in tutta la quaresima soleva darne due di concerti, ed era ad uno di essi che, dietro il comando maritale, interveniva la contessa Langosco di Staffarda quella tal sera, entrando, secondo il programma stabilito, appoggiata al braccio del conte, nel gran salone delle colonne al palazzo reale, dieci minuti prima che vi facessero la loro apparizione i sovrani e la loro famiglia.

L'entrata del conte e della contessa fece una viva impressione generale: tutti gli occhi si volsero verso di loro; le parole si fermarono sul labbro dei conversanti; successe uno strano silenzio significante, seguìto tosto da un susurro più significante ancora: erano in ciò tutta la curiosità, tutto il maligno talento, tutta la malizia delle induzioni di quel mostro gentilmente feroce che è il mondo elegante. Per Torino in quel giorno non s'era parlato d'altro, in quelle stesse sontuosissime sale, quella sera, non si parlava d'altro che della scoperta di quel covo d'assassini, dell'arresto dei principali capi di quella banda, che il pubblico era già avvezzo a temere sotto il nome della cocca, della cattura, in qualità di comandante supremo di tale scellerata schiera, di quel giovane elegante conosciuto da tutta la società più scelta col nome di dottor Quercia. La meraviglia, lo sdegno, l'orrore, lo sgomento di questa società che aveva accolto nel suo seno sì tremendo nemico erano al colmo: si vendicava dell'inganno sofferto, dei corsi pericoli, della temerità di quel miserabile coll'improperio e con voti sanguinarii degni d'una paura non bene rassicurata. Si conoscevano da tutti le intime attinenze della contessa di Staffarda coll'assassino mascherato da zerbinotto seduttore, e il nome di lei entrava con quasi ugual proporzione di quello di lui nella vivacità dei discorsi su questo argomento. Lo sgomento comune e la vergogna della sofferta frode se la pigliavano anche colla contessa, cui pure avrebbe bastato a non far risparmiare la sola malignità della natura umana, acuita dallo sfregamento sociale e rincalzata dall'invidia muliebre. Dal suo sesso la misera aveva un'assoluta condanna inesorabile, senza beneficio di circostanze attenuanti; e gli uomini non osavano neppure prenderne le difese innanzi all'accanimento delle mogli e delle amanti. Langosco, pratico della scena del mondo, aveva capito che c'era un mezzo solo, non dico per trionfare di questa valanga di ciarle, ma porle freno e costringerla a mettere la sordina al suo crescendo: e questo mezzo era l'audacia. Ritirarsi innanzi ad essa era un volersi perdere: il nome non sostenuto dalla presenza della persona in quella gara di pettegolezzi era sicuro di rimanervi schiacciato; però aveva forzato la moglie a comparire in quella guisa, ed aveva aspettato per esporsi al fuoco incrociato degli sguardi e delle parole di quell'assemblea, il momento più tardo che si potesse, quando il loro ingresso doveva produrre maggior effetto.

Il conte Amedeo Filiberto Langosco di Staffarda in quel momento era un bello ed interessante spettacolo a mirarsi da un pittore, da un poeta, da un osservatore di costumi, da uno scrutatore di caratteri e studioso della natura umana, poichè questi soltanto potevano capire la superba grandezza del suo contegno, penetrare il potente significato dell'espressione che aveva saputo dare al suo aspetto. Levato il capo, eretto il collo, egli camminava più dritto che da lungo tempo non avesse fatto mai; sotto il suo cranio d'avorio giallo, sulla cui lucida superficie si rifletteva la luce dei doppieri, brillavano fieramente gli occhi che giravano intorno con uno sguardo di calma disfida, pronti ad accendersi al menomo urto d'un atto men rispettoso, d'un sogghigno; le labbra aveva atteggiate a più serietà che non gli fosse abituale; e la guisa con cui dava il braccio a sua moglie, era espressiva d'una deferenza protettrice che indicava chiaramente una lieve mancanza di riguardo a lei essere da lui considerata come un fattogli oltraggio, e ne avrebbe a qualcheduno fatto scontare il fio. Il marchese di Baldissero, che s'intendeva d'ogni nobiltà d'animo e d'ogni valore, lasciò scorgere sulla sua bella fisionomia imponente quanto quel contegno gli andasse a grado, e fu egli il primo a fare un cenno cortese di saluto al conte, appena gli occhi di costui vennero ad incontrare i suoi.

E la povera Candida? Chi le avesse visto nel cuore avrebbe giudicato che il coraggio con cui ella s'avanzava, gaia e sorridente sotto il fuoco di tutti quegli sguardi, portando la morte nell'anima, era assai maggiore del coraggio di cui ha bisogno il guerriero che s'avanza contro il fuoco nemico in battaglia. Per lei quella era diffatti una grande e decisiva battaglia, nella quale un momento di esitazione, di debolezza, di tremore le avrebbe dato una sconfitta da non ricattarsene mai più. Quando ella s'era presentata nel salone dove stava aspettandola il marito, questi, senza dirle una parola, le aveva rivolto un ratto sguardo con cui l'aveva esaminata da capo a piedi, e vistala qual egli la voleva, elegante, senza lagrime negli occhi, il belletto sulla faccia, lo sbarbaglio de' diamanti sul capo, intorno al collo, sul seno, fece un legger cenno approvatore ed additò l'uscio che conduceva alle anticamere, come invitandola a passar prima. Traversarono l'appartamento, scesero le scale, salirono in carrozza, percorsero la strada senza che una parola nè uno sguardo più fosse fra loro scambiato. Nel palazzo reale, al momento di varcare la soglia del gran salone detto degli Svizzeri, la contessa si fermò come se le mancassero allora le forze. Le gambe le tremavano, e la sentiva nelle orecchie un ronzìo penoso. Il conte la guardò e le porse il braccio senza parlare; sotto quell'occhiata tutto il corpo di lei ebbe un legger fremito; ma dopo l'esitazione d'un attimo, ella passò la sua mano nella piegatura del braccio del marito, e riprese il cammino. Entrando nelle sale, percorrendo sotto una piova abbagliante di luce i reali appartamenti, in mezzo ad una siepe di decorazioni, di uniformi civili e militari, di ricami e spallini, di sciabole e spadine, Candida rimase calma in apparenza e tranquilla, col suo sorriso che s'era stampato a forza sul labbro; ma nell'affacciarsi al salone principale, dove non più la sola curiosità degli uomini era da incontrarsi ma la malignità delle donne, ricevendo di pieno nel petto e nella fronte la scarica di tutti quegli sguardi, accolta da quel significativo silenzio e da quel susurro che tosto gli tenne dietro, alla contessa vennero meno ad un tratto la risolutezza ed il coraggio; il suo braccio si contrasse su quello del conte, e vi pesò come per tenersi e sorreggersi, mentre fino allora, appena era se l'aveva lievemente toccato; il ronzìo delle sue orecchie s'accrebbe infinitamente, innanzi ai suoi occhi, che pure erano levati e lucenti, passò una nebbia che le confuse alla vista tutte quelle faccie, tutti quegli oggetti, tutto quello sbarbaglio. Langosco non le volse una parola nè uno sguardo; il suo capo continuò a star dritto levato incontro alle faccie dell'assemblea, i suoi occhi continuarono ad incrociarsi cogli occhi di tutta quella turba elegante; ma strinse alla persona il braccio della moglie con una pressione lenta e forte nello stesso tempo che era un incoraggiamento, un conforto ed una promessa. «Fate animo, diceva, son qui io a proteggervi, e non avete da intimorirvi di nulla e di nessuno.»

Il cerimoniere di Corte venne a dividere moglie e marito, per allogarli al posto che loro competeva rispettivamente secondo il loro grado nella gerarchia cortigianesca; Candida si trovò in mezzo ad una schiera di spalle nude e di gioielli preziosi di donne che avevano più quarti nel blasone che bellezza sul volto e gioventù. Il suo sorriso si contrasse un momento in sogghigno al vedere il freddo saluto con cui fu accolta; una vecchia, che a saputa di tutti, aveva impiegata la giovinezza ad esser l'amante di più alti personaggi, si volse con una certa affettazione dall'altra parte, mormorando con piglio disdegnoso parole che Candida non potè intendere, ma di cui era troppo facile capire il significato. Ciò nulla meno la contessa tenne un fermo contegno: rispose ai freddi ed orgogliosi saluti con saluti più freddi ancora e più orgogliosi; stette colla sua bella testa eretta, come se sulla sua fronte, insieme a quello de' diamanti, non avesse da portare il peso di nessuna vergogna. Il conte trovò negli uomini, in mezzo ai quali era penetrato, le medesime strette di mano che ci trovava tutte le altre volte. Erano troppo ben educati que' semidei dal sangue azzurro; il conte era troppo conosciuto come uomo da sapersi far portar rispetto, perchè il menomo cambiamento apparisse nel loro trattare verso di lui: nessuno non ebbe neppure il cattivo gusto di dimostrargli una compassione od un interessamento ch'egli avrebbe trovato un'offesa.

Non si era ancora affatto calmata la leggera agitazione che in quelle onde stagnanti di cortigiani aveva suscitato il sopraggiungere dei coniugi Langosco, quando il batter de' piedi per terra del mastro di cerimonie alla soglia dell'uscio che conduceva agli appartamenti della famiglia reale, annunziò l'arrivo della Corte. Si fece un alto silenzio, e l'attenzione di tutti fu rivolta a quella porta, da cui entravano gli augusti personaggi, al suono della fanfara reale che echeggiò ad un tratto dalla tribuna dell'orchestra.

Si ascoltarono con un raccoglimento che si sarebbe potuto dir religioso varii pezzi di musica strumentale e vocale eccellentemente eseguiti e di eccellenti maestri. Ogni cortigiano guardando verso il trono dove sedeva la pallida figura di re Carlo Alberto, aveva l'aspetto beato d'un Joghi indiano che, a forza di contemplarsi la punta del naso, è giunto a vedersi dischiuso innanzi l'infinito. In un intervallo, il Re sorse, e dietro il suo esempio tutti, e come solea, Carlo Alberto percorse lentamente il salone, facendo orgogliosa e felice ora questa ora quella delle dame, or questo or quello dei petti ornati di croci, col dire poche parole, regalare uno de' suoi gelati sorrisi e passare. Fu notato che il Re non favorì nè d'una parola nè d'uno sguardo la contessa di Staffarda, quantunque fosse una delle più belle e delle più eleganti, e quindi chiamasse meglio delle altre l'attenzione. Il contegno delle dame a lei vicine, il quale fino allora era stato freddo, divenne decisamente ostile. Ma questo sotto un certo rispetto riuscì a giovamento di Candida, perchè l'irritazione dello sdegno che in lei ne nacque, valse a ridarle quelle forze che venivano scemando e per la passione dell'animo e pel malessere fisico, cui le cagionava la febbre ogni minuto crescente.

— Hai udito, marchesa: disse dietro Candida una baronessa, magra come un'acciuga, che faceva uscire spudoratamente dalla scollacciatura della veste le ossa di due spalle da scheletro: quel famoso Quercia che era capo di una banda di assassini, si vuole che fosse nelle buone grazie d'una signora comme-il-faut.

Comme-il-faut, no certo: rispose la marchesa con una voce che rassomigliava a un sibilo di serpe. Una donna ammodo non avrebbe mai ricevuto un simile individuo.