Nel colloquio che ebbero, il corruttore ed il corruttibile, parlarono il meno chiaro che si potesse, menarono, come si suol dire, il can per l'aia, e si intesero perfettamente. L'Ispettore tenne alta la mercanzia, il barone lasciò capire che si sapeva valutarla al prezzo che si meritava: quegli accennò ai pericoli della sua condizione, alla facilità d'essere compromesso, questi fe' cenno della prudenza dei procedimenti, della guarentigia di cautele necessarie per tutti, eccetera, eccetera. Venutosi a mezzo ferro, il barone parlò della felicità di farsi proprietario e di comprar, per esempio, nel proprio paese un po' di terra, una casetta; ma l'altro lo interruppe nell'esposizione di quell'idillio, dicendo che il diventar proprietario gli avrebbe chiamato addosso l'attenzione e la malignità degl'invidiosi, e che perciò avrebbe preferito, quando gli piovesse dal cielo un capitale, impiegarselo in altro modo e farselo valere in segreto come ben avrebbe saputo. Il barone domandò per curiosità a qual somma si elevavano desiderii del suo interlocutore circa quel capitale: e l'altro, che stimò esser meglio domandare un'esagerazione, parlò di venti mila lire; La Cappa protestò che il signor Ispettore non avrebbe mai potuto trovare una tal somma, ma che invece la metà sarebbe stato probabile lo averla. L'Ispettore fece lo schizzinoso, e il padre di Candida simulò non voler più dir altro a questo proposito, cambiò discorso, e dopo un poco accennò andarsene; il tentato accompagnò il tentatore fino alla soglia, e là, ad un tratto, per dir così, a bruciapelo, con voce sommessa e parola ratta, disse:

— Dieci mila lire, sia: lascierò fare; ma ce ne vogliono cinque mila subito.

La Cappa tornò indietro e chiuse l'uscio della stanza in cui entrarono di nuovo.

— Le avrete stassera, disse; ma non basta lasciar fare; conviene anche suggerirci come fare.

— Bisogna rivolgersi al capoguardiano. So che cederà. Ma la capisce che non io posso trattare con lui. Abbia a questo oggetto qualche mandatario fidato.... Io avrò una malattia che m'impedirà di esercitare la maggiore sorveglianza comandata. Il capoguardiano ne prenderà fiducia per agire secondo che si vuole.... Ma conviene far presto.

Il barone di quella sera fece avere le cinque mila lire all'Ispettore e informò di tutto la figliuola. Per trattare poi con questo capoguardiano ci voleva qualcun altro: egli non voleva commettersi in sì bassa impresa. La contessa pensò che quell'ufficio lo potrebbe fare la Zoe e scrisse alla medesima il bigliettino che abbiamo visto.

Di più importanza ancora e meravigliosamente accordantisi per fare sperare un lieto successo coi fatti che conosceva la contessa erano quelli avvenuti a questo proposito alla cortigiana. Eccoli in breve.

La sera precedente si presentava al quartiere di Zoe uno sconosciuto, tutto accuratamente camuffato nel mantello, e chiedeva essere ammesso alla presenza della donna, alla quale, a lei sola, in proprie mani doveva rimettere certa carta. La cortigiana, senza la menoma esitazione lo faceva introdurre presso di sè, e sola con lui nel suo gabinetto lo invitava a spiegarsi sollecito, già sperando e indovinando che quel misterioso individuo le dovesse parlare di cose attinenti a Luigi.

E così era diffatti. Scioltosi dalle falde del mantello, quell'uomo lasciò vedere una faccia volgare e rozza, che era quella d'un guardiano delle carceri. Fu già detto come quella potente associazione di malfattori che chiamossi la cocca, e della quale forse vive ancora qualche rimessiticcio, avesse affigliati ed aderenti in varie parti ed in diverse condizioni sociali, così bene che anche negli uffici della pubblica sicurezza ed in grado non tanto inferiore eravene alcuno da cui partirono que' certi avvertimenti di cui il medichino non seppe approfittare. Ora la fortuna di Quercia volle che fra i guardiani a cui era affidata la custodia di un sì importante prigioniero fossevi, chiamato da poco tempo a prestar servizio in quelle carceri, uno di quei subalterni soci della trista setta, e quell'altro in superior grado costituito lo sapesse. È facile capire come, grazie a loro particolari segni di riconoscimento e mezzi particolari di corrispondersi e d'intendersi, anche senza parola viva, fra i componenti della cocca, il medichino e quel cotal guardiano si mettessero in rapporto, e il secondo si decidesse e promettesse di servire ciecamente il primo. Era dunque per mezzo di costui che già una prima volta Quercia aveva scritto poche righe alla Zoe, ed era questo medesimo ch'egli ora le mandava con una lettera in cui spiegava tutto il disegno da lui immaginato nella solitudine della sua carcere per riconquistare colla fuga la libertà.

Anche Gian-Luigi sapeva che il capoguardiano avrebbe acconsentito a favorire il loro intento dove se ne fosse compra con una buona somma la fedeltà al Governo che lo pagava poco. Quando la cosa fosse intesa con costui, bisognava procacciarsi delle false chiavi che aprissero la carcere del medichino, il cancello in ferro del pianerottolo, quello al fondo della scala. Nel corridoio a pian terreno esisteva una porticina che non si apriva mai, ora stata murata, la quale metteva nel cortile verso la Corte d'Appello, che allora si chiamava Senato; anche di questa porticina bisognava fabbricare le false chiavi, poi una data notte, ad una certa ora verso il mattino, quando è più silenziosa la terra e più pesante il sonno degli uomini, il capoguardiano avrebbe disposto le cose in guisa che i più zelanti e i più da temersi de' custodi fossero allontanati e il vegliare incombesse a quello che era addetto alla cocca. Questi avrebbe aperto pian piano la carcere di Quercia, i cancelli e la porticina del cortile, e per questa il medichino, vestito come un guardiano ancor egli, con abiti che il capo medesimo dei custodi gli avrebbe procurati, sarebbe venuto sotto l'atrio del palazzo della Curia maxima, dov'era facile aprire dall'interno il portone. Per scender le scale bisognava bene passare nella stanza del capoguardiano, ma questi avrebbe dormito d'un sonno di piombo. Una carrozza sarebbe stata aspettando nella vicina piazza Susina, ora di Savoia, e, appena salitovi il fuggitivo, di galoppo via fino a qualche sicuro ricovero lontano di città, dove si sarebbe fatto trovare armi, vestiti e mezzi di mascherare le proprie fattezze a Gian-Luigi, il quale giurava che una volta fuori dalle unghie della giustizia non avrebbe più lasciato che lo riafferrassero vivo a niun patto. Per ottenere le false chiavi, Quercia scriveva si cercasse di un certo Andrea, cui Maddalena, la serva di Pelone, conosceva per bene, come frequentatore di quella bettola, il quale non si sarebbe rifiutato di certo, mentre non era gran tempo, per un servizio che Gian-Luigi gli aveva reso, s'era protestato disposto a fare per lui qualunque cosa.