Nel suo precipitare a terra, nell'essere scrollata dal segretario, il rotolino le era uscito del seno ed era caduto sul pavimento.
Ma la vista di quell'oro cambiò del tutto le disposizioni d'animo del giudice cui le parole di Don Venanzio avevano reso piuttosto benigno alla misera vecchierella. Come spiegare il possesso di tal somma presso quella povera donna così stracciata negli abiti e che si sapeva vivere al villaggio elemosinando? Ella, interrogata, non tacque che quell'oro le veniva da Gian-Luigi e fu creduto il prezzo pagatole per la sua falsa testimonianza e per cooperare all'evasione. Margherita fu condotta alle carceri.
Quando ciò seppe Don Venanzio pensò subito ricorrere alla valida protezione del marchese di Baldissero, e giunto al palazzo avrebbe tosto domandato d'essere ammesso alla presenza dell'autorevole personaggio, se un domestico non lo avesse avvisato che Maurilio era molto impaziente di vederlo e già aveva mandato due volte a cercare di lui.
Il parroco, prima di recarsi dal marchese, volle sapere che cosa avesse il giovane malato che dal giorno prima soltanto era tornato in cognizione di sè.
Maurilio quella mattina, come ogni altra dacchè giaceva infermo, era stato visitato dai suoi amici, Romualdo, Selva e Vanardi, i quali molto si rallegrarono trovandolo di nuovo conscio di se stesso, e colla mente non meno vivace, pronta, potente di quello che fosse prima. Benchè il poveretto avesse avuto questo deplorabile miglioramento di tornare alla coscienza di sè, dei suoi dolori, delle sue sciagure, aveva però tuttavia un ardor febbrile negli occhi, un'irrequieta agitazione nelle membra stanche da parergliene rotte e peste, onde bene appariva che per essere cessato il delirio, non era punto sminuito di gran cosa il male. I suoi amici vollero rimanersi in silenzio presso di lui, e gli dissero tacesse egli pure perchè non si stancasse ad udire e parlare; ma egli aveva troppo desiderio di interrogare e di sapere di tal cosa, intorno a cui tutta notte s'era aggirato con tormentosa insistenza il suo pensiero. Voleva che gli amici suoi cercassero di Gian-Luigi, lo conducessero al suo letto quanto più presto fosse possibile; voleva che dalle sue labbra il suo compagno d'infanzia apprendesse la ventura che gli capitava, ventura ch'egli aveva quasi rimorso d'avergli per un poco momentaneamente rubato, e che si assegnava come una specie d'espiazione di tosto comunicargli.
Quando udirono espresso da Maurilio questo desiderio di vedere il dottor Quercia, gli amici si guardarono in viso alquanto imbarazzati, non sapendo se convenisse dire all'infermo la verità o tacerla; ma insistendo egli, nè conoscendo essi quali attinenze corressero fra il loro compagno e il capo della cocca, non credettero ci fosse pericolo, nè inconveniente alcuno a dirgli come stessero le cose in realtà. Narrarono dunque sommariamente e la scoperta del segreto covo di quella banda, che da più tempo era il terrore della città, e l'arresto di Quercia come capo della medesima, e di tutti i principali componenti della scellerata congrega.
Queste novelle, com'è facile immaginarsi, fecero una grandissima impressione in Maurilio. La sua pena, il suo rammarico, il dolersene furono tutti per Gian-Luigi; pensò che se prima fosse stato scoperto il segreto della nascita di lui, avrebbe egli evitato quell'infelice e vergognoso destino; pensò al cordoglio che doveva provarne il marchese, pensò eziandio a Virginia che non avrebbe forse potuto ignorare quello essere suo fratello. Ma poi il pensiero d'una sventura più personale e quindi una più tormentosa ansia lo assalsero. Gli era stato detto che fra i soci di quella banda si contavano ed erano stati presi i più noti e tremendi malfattori; si volse a Selva e domandò se di questo novero era un certo Michele Luponi detto Stracciaferro.
— Sicuro! gli fu risposto: una specie d'animalaccio bruto, forte come un toro, crudele come una tigre. È uno dei più scellerati e dei più terribili. Prima di poter essere preso accoppò una mezza dozzina di guardie. La forca, quel mostro l'ha meritata non una, ma un centinaio di volte.
Maurilio abbandonò la testa sul cuscino e chiuse gli occhi. Se avesse potuto diventar più scialba la sua faccia di color cadaverico, avrebbe impallidito. Non disse una parola, non fece un atto, ma nei muscoli del viso, intorno alla bocca, avvenne una lieve contrazione che era l'effetto d'uno spasimo interno inesprimibile. Quel mostro era suo padre! Pensò tosto di contar tutto a Don Venanzio, di cercare nelle confidenze a quel sant'uomo un sollievo, nelle ispirazioni di quell'anima onesta un consiglio; epperò, aspettatolo con impazienza, quando il vecchio sacerdote fu venuto, lo accolse colla vivacità d'un desiderio soddisfatto che pareva una speranza, che pareva quasi una gioia, e volle tosto esser solo con lui.
Gli disse ogni cosa. Don Venanzio, esterrefatto, meravigliato, sgomentito da questo fatale garbuglio di casi, impallidito e tremante per emozione, levò le palme al cielo ed esclamò col fervore del credente: