Gli sguardi del malato erano così supplichevoli, la sua voce era improntata d'un affetto che aveva qualche cosa di materno, per guisa che Virginia represse la volontà d'imporgli silenzio cui le suggeriva l'orgoglio, e credette far opera di pietà verso quel misero, cedendo alla curiosità ond'era punta eziandio di ascoltare le parole che Maurilio sarebbe per dirle, e col silenzio annuì che il giovane continuasse.
— Io sono la plebe; Francesco Benda è la borghesia....
Al nome di colui ch'essa amava, le guancie di Virginia si suffusero d'un lieve rossore e gli occhi si chinarono lentamente.
— La borghesia è plebe incivilita mercè l'agiatezza e l'educazione; è parte di quel gran serbatoio comune del popolo, venuta su, trattasi fuori dalla bolgia dell'ignoranza e della miseria grazie la fortuna, l'intelligenza, l'operosità maggiore, arrivata a spartire colla classe superiore una gran quantità dei beni sociali, se non tutti, a godere i precipui vantaggi della civiltà. Ma tuttavia anch'essa, la borghesia, anela ad ascendere pur sempre: lo splendore dell'idealismo sociale incarnato nella grandezza e nell'autorità, la attrae sempre più su: aspira ad un'uguaglianza assoluta cogli eredi delle grandezze antiche, col capitale di educazione e di tradizioni raccolto dagli antenati.... Francesco Benda, il figliuolo degl'industriali arricchiti, ama Virginia di Castelletto discendente d'una illustre prosapia di prodi. È la legge del progresso: e l'effettuarsi di questo vuole che cotal maritaggio si compia. Bisogna che l'aura, il profumo, il raggio della poesia aristocratica si unisca alla prosa dell'attività, dell'audacia, della scienza positiva del ceto medio. Ne verrà un miglioramento morale, sociale, e fisico eziandio della razza umana. Plebe e nobiltà sono troppo ancora distanti: il loro maritaggio è tuttavia mostruoso: ma fra l'aristocrazia e il mezzo ceto, se gli è difficile sempre, non è più impossibile. Le anime elette di questo e di quella, hanno oramai dall'educazione e dalle condizioni economiche, ricevuto la patente d'uguaglianza. Voi, Virginia, e Francesco rappresenterete questo fatto colla vostra unione; le difficoltà della quale io conferirò ad appianare. Come? Non so ancora: ma ho la coscienza che il mio concorso aiuterà il conseguimento della vostra felicità. Fra voi, il povero plebeo, cadendo, colmerà lo spazio che ancora vi disgiunge. La vostra felicità sarà passata sul mio cadavere.
— Signore: interruppe qui Virginia: è un tristo augurio che voi mi fate. Le circostanze straordinarie che avvennero tra noi vi hanno messo in grado di parlarmi e mi hanno consigliata ad ascoltare da voi cose che non avrei dovuto, che non avrei tollerato da nessuno, fuori da chi avesse legittima autorità su di me. Avete voluto con soverchia audacia penetrare nel segreto del mio cuore: volete ora disporre del mio destino e far pesare su di me la risponsabilità di avvenimenti che spero non si effettueranno, ma che in ogni modo non dipendono dal mio arbitrio. Qualunque sieno i casi, quali che esser possano i miei sentimenti ed affetti, una cosa sola potete ritener per sicura, ed è che la mia condotta sarà ispirata sempre dalla coscienza dei miei doveri, della mia dignità, dalla sommissione ai voleri di coloro cui debbo obbedire, ed alle leggi della convenienza.
Maurilio rispose con un mesto sorriso:
— Non è un uomo che ora vi parla, è un'idea. Attribuite pure l'audacia dei miei discorsi al residuo del delirio, ed ascoltatemi, pietosa come siete, con generosa tolleranza, per compassione della mia follia; ma le cose ch'io vi dico serbatele nella vostra memoria e richiamatevele alla mente il dì che avrete bisogno di conformare a quei principii gli atti della vostra vita. No, non è vero ch'io voglia addossare a voi la responsabilità di fatti che sono un effetto necessario di quello svolgersi del dramma umano nella esistenza particolare dei singoli individui e nella complessiva della massa, del quale non possiamo abbracciare le forme generali e lo scopo finale. Chiamatelo caso, chiamatelo destino, chiamatelo piuttosto Provvidenza, noi siamo attori che traduciamo in atto, ciascuno per la sua parte maggiore o minore, il concetto di quell'autore. Il nostro dovere, l'importante è di rappresentarla questa parte il meglio che ci sia possibile: l'esserne conscii e il travagliarvisi intorno deliberatamente, è il privilegio degli esseri eletti. Voi siete tra questi; voi siete un tipo; voi sentite, forse ancora in confuso, la vostra missione: io, dall'orlo della tomba, illuminata la mente da lampi di luce eterea che già mi guizzano tra la materia che si scioglie, io vengo a definirvi colla mia parola, a farvi concrete le forme vaghe della vostra ispirazione. Ponete mente, voi siete la grazia, la bellezza, l'ultimo portato dell'educazione civile, l'arte, la poesia, l'ideale; Francesco è la ricchezza economica, il progresso materiale, la tendenza all'egoismo del benessere, l'attività meccanica che nella lotta colle difficoltà affacciate dalla natura sempre ribelle, anche soggiogata, dimentica agevolmente la luce superiore, diventa sorda alla voce di doveri più vasti che non son quelli avvertiti dalla comune, d'impulsi più sublimi che non quelli delle pedisseque virtù delle anime volgari. Voi avete da essere nella sua vita quella luce; voi avete da far risuonare al suo cuore quella voce. L'uomo che avrà l'immensa felicità di possedervi deve pagarla alla Provvidenza, deve farsene degno coll'essere un'anima superiore. Francesco è un'anima generosa, ma debole: voi l'avete da temperare col vostro amore alla forza delle grandi idee, alla sublimità dei grandi sacrifizi, alla potenza delle grandi volontà. Di quel ferro fatene acciaio. Fategli guardare in alto: sempre più su, sempre più su, excelsior, coll'animo, coll'intelletto; ma fategli tendere la mano al basso. Voi siete la beneficenza; siate di più ancora: siate il genio del mondo novello; e l'uomo che ha l'amor vostro bandisca il vangelo della nuova redenzione, lavori per l'effettuamento della nuova civiltà.
Si sollevò sui cuscini con più forza di quello che si sarebbe creduto, e la vasta fronte parve corsa da una lieve fiamma fugace, mentre gli occhi parevano riflettere un raggio di sole.
— Guardatevi dintorno in questa società, che si travaglia nella gestazione dolorosa dell'avvenire. Quante cose da fare! Tutto vacilla: la fede, l'autorità, la coscienza umana. Una casta, a nome dello spirito, ha troppo disprezzata e maltrattata la materia: questa s'insorge e dà la battaglia della negazione allo spirito, in nome della libertà. Gli errori cozzano innanzi alla verità sbalordita. Gl'infimi, dal ghiacciato fango dove giacciono oppressi levano in su la testa, si drizzano in punta di piedi e vogliono arrampicarsi alle più tepenti aure della ricchezza. I derelitti gettano in faccia alla civiltà del secolo la tremenda questione; «Perchè abbiamo sofferto sinora? Perchè soffriamo?» La risposta autoritativa delle religioni dommatiche non basta più ad acquetarli. Un miasma di materialismo inasprisce le piaghe sociali e manda al parosismo la febbre della miseria.... Convien provvedere, convien provvedere.... La quistione politica non è che vicenda di transizione. È la tendenza del predominio della borghesia; ma l'avvenimento di questa non sarà che una sosta nella lotta sociale, dove essa non pensi alla redenzione della plebe e non l'effettui.
Si strinse colle mani la fronte e tacque un istante; le carni gli ardevano ed affannoso aveva il respiro. Virginia fece un atto come per venirgli pietosamente in aiuto; ma egli lasciò cadersi le braccia e mostrò spento nelle pupille il raggio, svanita la fosforescenza della fronte diventata color della morte.