— Oh meschinità ed impotenza della parola! disse egli con voce sorda, soffocata, in cui ogni vibrazione era spenta. S'io potessi tradurre in linguaggio umano le mie idee! S'io potessi dar forma alle mie visioni!... Mi avete voi potuto comprendere? Potrete voi completare nella vostra intelligenza il concetto da me appena accennato?... Ah perchè non posso trasmettere in altrui quello che s'agita dentro il mio cervello? Perchè non son io Francesco?..... Perchè sono condannato a morire?...

Ricascò sui guanciali e chiuse gli occhi così che parve già fatto cadavere.

La nobile fanciulla si curvò su di lui, impietosita, palpitante; e gli fece scendere sull'anima la rugiada di dolci parole di speranza e di conforto. Egli sorrise mestamente a quella melodia soave.

— Addio bellezze dell'esistenza terrena; susurrò colle tremole labbra sfiorate da un sorriso: addio poesia della mia vita!... Sì, sono condannato a morire..... Bere sino alla feccia il calice delle amarezze, e morire.

Il misero pensava all'ignominia di suo padre, il quale pure ei voleva conoscere.

— Perdonatemi, Virginia, e compatitemi... E non dimenticate le mie parole!... Forse non vi parlerò più..... Ma son lieto d'aver potuto manifestarvi un cantuccio dell'anima mia..... E siate benedetta voi che avete per pietà inchinato il vostro orgoglio alla pazienza di ascoltarmi. Ora sento offuscarsi di nuovo la mia mente turbata: addio; lasciatemi alle tenebre che m'invadono..... e siate felice!

Virginia s'allontanò pensosa, commossa, a passo lento. La rozza figura del giovane plebeo aveva preso ai suoi occhi proporzioni mai più credute di grandezza. Essa lo aveva indovinato; traverso le confuse parole aveva capito il pensiero, aveva travisto la luce dell'idea. Si fermò innanzi al ritratto di sua madre e stette assai tempo contemplandolo, assorta in profonda riflessione. Quando si riscosse si passò le piccole mani sulla fronte: gli occhi mandavan faville.

— Esser la luce, la coscienza, l'ideale dell'uomo che si ama! esclamò. Essere il genio del mondo novello!... Oh! il mio Francesco sarà un grand'uomo!

Don Venanzio vide sul volto del marchese le traccie d'una tal desolazione e d'un tale abbattimento, che avventurandosi ad una maggiore famigliarità di quella che mai avesse ardito usare coll'illustre personaggio, gli si avvicinò con premura, gli prese una mano e disse con tono di amichevole conforto:

— Coraggio, signor marchese.