— Sapete chi è quel vil verme? disse il marchese con voce bassa, ma tremola; sapete chi è quello scellerato, ladro, assassino, falsario, che voi volete attenagliare ed arrotare?..... Egli è vostro cugino, Ettore, è il figliuolo di mia sorella, è il tuo fratello, Virginia....
CAPITOLO XXVIII.
Virginia aveva detto il vero. Spettacolo da schiantar l'anima era vedere la povera Maria, dopo la sera fatale dell'arresto di Gian-Luigi, quella che esser doveva per lei la sera lietissima de' suoi sponsali. Chi avrebbe ancora riconosciuta in essa la vispa, allegra, spensierata fanciulla che abbiamo presentata al lettore nel secondo capitolo della seconda parte? I pochi giorni che erano trascorsi dal momento in cui ella aveva gittato quel suo grido di spasimo all'udire nominare il suo diletto, ladro ed assassino, avevano tratta via dalle sembianze, dalla persona, dal cuore della infelice ogni traccia di giovinezza, distruttane ogni letizia, uccisa ogni speranza. La era diventata pallida come una vittima della clorosi, magra come una malata d'etisia nell'ultimo stadio; gli occhi infossati nelle livide occhiaie avevano le palpebre rosse per le cocenti lagrime, per le veglie delle notti non più visitate dal sonno, e come tormentose! i muscoli delle guancie cascavano inerti dando alla fisionomia un'espressione di abbandono disperato che si poteva dire morte dell'anima; cascavano gli angoli della bocca da cui era sparito il color abituale di carminio, cascavano tutte le membra, come dinoccolate, come prive della forza interiore che le reggesse; avevano, la faccia sgomenta, e le pupille velate ed atone, e la mossa, quell'apparenza di stupidità penosa a vedersi che dà un solo, incessante, tormentoso pensiero onde sia punta la mente. La non parlava quasi mai, non si lamentava, in presenza degli altri si guardava bene dal piangere, non sospirava neppure: alle richieste che le si facessero, alle parole con cui si tentava scuoterla da quel mortale letargo rispondeva con pochi tronchi accenti, pronunciati a voce bassa, con paziente mitezza, il più spesso con soli monosillabi, o con cenni del capo. Alla capitata disgrazia non faceva mai neppure la menoma allusione; e siccome ogni altro guardavasi bene eziandio di toccar quel tasto, l'argomento di cui si parlasse meno, di cui non si parlasse mai in quella famiglia, era quello appunto che era sempre fisso nella mente di tutti.
Maria veniva chetamente a sedersi presso al letto di suo fratello ancora giacente, e stava lì senza guardarlo, l'occhio piantato sopra un rosone del tappeto: prendeva un suo lavoro tra mano e per un poco faceva andare in fretta la destra a trarre i punti, ma ad un tratto, come se ci avesse trovato un intoppo, l'ago si fermava nella stoffa, la cruna appoggiata all'anello da cucire diventato immobile, il filo aggrovigliato fra le pieghe del panno.
— Maria! le diceva allora dolcemente Francesco.
Ella si riscuoteva in sussulto.
— Che?
E il fratello fingeva aver bisogno d'un piccolo servizio, desiderava alcuna cosa, tanto per levarla un istante da quella meditazione che le consumava l'anima. Talvolta Francesco le prendeva una mano glie la serrava con muto affetto; ella non corrispondeva a quella stretta, vi si prestava per un poco, poi pianamente se ne liberava ed allontanavasi. Tutta la famiglia la circondava d'una compassione vigilante, sempre in sull'avviso, piena di silenziosa tenerezza e di cure: cercavano di rimuoverne dall'intorno le spine che potevano pungere ancora quel cuore trafitto, gli urti che potevano ferire quell'anima indolorita: ma aimè! la piaga era interna ed irrimediabile, e tutti si sentivano feriti in lei, in quella parte di loro che avevan sì cara. Ella, quelle cure, quelle amorevolezze tollerava, il più delle volte pareva non accorgersene, raro ne ringraziava con un sorriso che era dolorosissimo a mirarsi, più raro ancora alcuna mostra le sfuggiva d'impazienza e d'irritazione.
Ad ogni volta che rientrasse nella sua camera scoppiava in singhiozzi ed in lagrime: talora, sentendo presso a traboccar la piena dello spasimo che le si gonfiava nel petto, fuggiva alla sua stanza, si buttava traverso il letto e soffocava i suoi gemiti nelle coltri che mordeva e bagnava di pianto.
Appena saputa la dolorosa catastrofe, Virginia di Castelletto aveva mandato alla sua antica compagna Maria l'espressione del suo cordoglio, il conforto della sua simpatia, in un biglietto quale la squisitezza del suo sentire e la sua forbitezza di maniere erano capaci di concepire e di scrivere; poscia aveva tutti i giorni mandato per le notizie, e finalmente, quel dì in cui Maurilio le doveva aprire in parte l'anima sua ed il pensiero, era venuta ella medesima a vedere di persona la sconsolata fanciulla.