— Ma io non lo credo colpevole: proruppe con impeto la sorella di Francesco. Non lo può essere, non deve. Crederesti tu se ti venissero a contare un'infamia dell'uomo che ami?... Io non darei fede neppure all'evidenza. Il nostro amore è un'istinto divino, superiore ad ogni umano argomento; e se un uomo ci inspira amore, è prova evidente che egli è superiore altrui.

Virginia ammirò la sublime fede di quell'amore.

— Ma ora, diss'ella, abbracciandola di nuovo: che vuoi tu fare? Vuoi tu abbandonarti fiaccamente all'azione del tuo dolore? lasciartene travolgere senza opporre la resistenza d'una volontà vincitrice?

Maria ebbe allora negli occhi un maggior lampo di vita.

— Vorrei rivederlo ancora, una volta sola, e morire!

— Cattiva! disse Virginia dandole un bacio sulla fronte.

— Ho pensato al suicidio, sai: continuava la fanciulla con una semplicità d'espressione che era veramente desolante; ma non ci ho avuto coraggio. Nel mondo di là potrei ancora pensare a lui? Non ne sono sicura: ed il tormento di pensarci — di pensarci sempre — mi è caro. Ma c'è una fatta di suicidio per noi donne che mi sorride: un suicidio che togliendoci al mondo ci lascia tutte alla esclusività d'un solo pensiero... Ti ricordi, nel monastero del Sacro Cuore, di suor Clara, sì pallida, sì mesta, sì taciturna? Quando passava col suo passo lento e il suo sguardo di morta, noi sospendevamo i nostri giuochi e non osavamo parlare. Quella era un'anima estinta, e il monastero era la sua tomba. In questi dì quell'immagine, quell'ombra, quello spettro è venuto a farmi cenno ed invitarmi. Là è la soluzione del mio destino.

— Che? Tu vorresti?

— Quella è la morte che sogno e che mi preparo.

Virginia combattè con calore, con vivaci ragioni e con insistente zelo quel proponimento; Maria sembrava ascoltarla con sulle labbra quel suo penoso sorriso, ma in realtà il suo pensiero era altrove. Ad un punto interruppe l'amica e disse con accento di nuova risoluzione: