Virginia arrossì leggermente, e il suo sguardo per moto involontario affatto corse a Francesco, il quale arrossì alquanto egli pure; ma di là gli occhi di Virginia si levarono ratto e si volsero alla sora Teresa con un'espressione di somma pietà.

— Vorrei valere a questo còmpito, diss'ella dolcemente; ed accetterei con gioia il mandato.

Teresa prese colla sinistra una mano della contessina; colla destra stringeva quella della sua figliuola; e recatasi quelle due mani al volto le baciò commossa, seguitando a piangere chetamente.

CAPITOLO XXIX.

Venuta in possesso delle sue lettere a Luigi, e distruttele, pareva che la contessa di Staffarda non dovesse conservar più inquietudine veruna, nè avere altre ragioni di timore. Eppure non era così; invano sforzavasi essa medesima di farsi tranquilla e rimuovere ogni sollecitudine in proposito; un'ansietà indefinita le incombeva sull'anima come una minaccia continua di pericolo, e ad ogni momento era in angustia di vedere presentarlesi e più fiero il disastro. Ad ogni volta che la vedesse entrarle in camera la fante, ad ogni lettera o bigliettino che le venisse recato, allo scricchiolar delle scarpe del marito che s'avanzava nella sala o veniva a raggiungerla nella stanza da pranzo, ella rabbrividiva dicendosi: «è qui la catastrofe.»

Il suo presentimento aveva ragione: e fu appunto una letterina che, il giorno dopo quella scena in cui il marito le aveva fatte bruciare le carte, venne a darle il colpo d'una nuova minaccia. Era una lettera violenta della Zoe furibonda.

«Aveva ragione il mio istinto di popolana nel diffidare della vostra perfidia, vipera della nobiltà. Siete una traditrice più infame di tutte le donne infami del mondo; e vostro marito è un miserabile schifoso come una spia. Sì, con tutti i suoi titoli, con tutti i suoi avi, con tutta la superbia del suo sangue azzurro è un miserabile: ed insieme voi due fate una degnissima coppia.

«M'avete vigliaccamente ingannata e credete aver trionfato! Il povero Luigi lo credete irrevocabilmente perduto, e voi siete padrona delle vostre lettere. Avete fatto l'opera di Giuda e vi pensate poter dormire fra due guanciali! Vi sbagliate. Avreste dovuto fare sparire anche me; ma ciò non potrete: so guardarmi, e so difendermi occorrendo. Non ho più i documenti in mano, ma ho la conoscenza di tutto! So appuntino tutto quello che passò fra voi e lui; e parlerò. Sarò creduta, non dubitate; e se non potrò con ciò giovar più a Luigi, sfogherò almeno il mio sdegno e vendicherò lui e me.

«Aspettatevi a sentire quanto prima qualche risultato della mia vendetta.»

Alla lettura di queste parole, Candida fu presa da un assalto di febbre nervosa. L'anima sua troppo in que' giorni percossa, non aveva più vigore di sorta. Lesse e rilesse quel biglietto in una specie di stupidità dolorosa, non sapendo che risolvere, sentendo in tutte le sue fibre scorrere un fuoco che sembrava dissolverle gli elementi della vita. Pensò mostrare al conte quella lettera; e non osò; le venne in capo correre dalla cortigiana, provarle, giurarle ch'ella era innocente della fattale accusa, e se ne trattenne, non perchè la sua dignità a ciò si ribellasse, ma perchè non osò neppure. Stette inerte, tremante, sotto un'angoscia impossibile a dirsi, che durando parecchi giorni l'avrebbe uccisa. Ma parve che il Cielo avesse finalmente pietà di quell'infelice, e che la sua punizione fosse omai sufficiente alla colpa, senza accrescerne ancora la gravezza. Fu un'altra lettera della Leggera che venne a rassicurarla, due giorni di poi.