«Egli mi comanda espressamente di lasciarla in pace. Io ho giurato di obbedire a lui in tutto, e gli obbedisco anche in ciò. Ringrazi le circostanze che m'impedirono finora di cominciare l'effettuazione della mia vendetta; sia riconoscente alla generosità di quell'uomo che le perdona, e viva tranquilla riguardo a me: abbandono la cura della nostra vendetta alla sua coscienza.»
A cagionare questo cambiamento nelle determinazioni della Zoe, ecco che cosa era successo.
Fuggita, come abbiam visto, alle granfie di Barnaba e de' suoi, la Leggera aveva riparato niente meno che al Palazzo Reale, nell'appartamento datovi da Carlo Alberto a quel principotto scapato venutovi sotto colore di educarsi all'arte di regno del re Savoino, e che doveva profittarne così bene da presentar poi al mondo lo spettacolo strano, all'infelice popolazione del suo ducato il brutto regalo d'un Caracalla in sedicesimo nel pieno secolo XIX, finchè non l'avesse mandato ad aggiustare i conti con Dio il coltello vendicatore d'un ignoto assassino.
Libertino, beone, giuocatore, soleva egli sottrarsi alle regole di severa condotta che Carlo Alberto voleva imposte alla sua famiglia (e il principotto era tenuto come della famiglia), al vivere di Corte. La scapataggine, il libertinaggio, la corruttela si complicavano e pigliavano più acre sapore d'un zinzino d'ipocrisia. La mattina in chiesa, a messa, col libro delle orazioni in mano; la sera, fuggito di soppiatto, al lupanare. Aveva taciti complici delle sue fughe notturne il custode d'una porticina e i servi a lui più specialmente addetti. Sgattaiolava fuori delle solenni pareti del Palazzo silenzioso, severo, scuro in mezzo all'oscurità della notte, come un foriere di compagnia riesce a scappolar di caserma, dopo fatta la chiama, e in compagnia di abbietti campioni blasonati, cortigiani del vizio e del grado, corrazzava per la città mostrando la vivacità del suo ingegno in chiassose impertinenze a danno dei pacifici abitanti, de' buoni bottegai, per le quali chiudeva gli occhi la Polizia così permalosa verso i semplici cittadini.
La Zoe che conosceva le abitudini di quell'Altezza così bassa, bene aveva immaginato che quella tal porticina le si sarebbe aperta e che, nota come essa era ai ministri di quel principesco libertinaggio, le si sarebbe concesso il passo verso l'abbominevole santuario di quella grandezza politica e sociale, che era una morale abbiettezza. E così fu. Il Principe non era ancora tornato a casa da una delle sue corse notturne; ma la Zoe, la cui meretricia bellezza si sapeva pagata dal denaro dei contribuenti che passava per le tasche del duchino, ebbe a dire solamente che S. A. R. le aveva detto venisse da lui, perchè il custode di sotto e i servi di sopra la lasciassero penetrare nelle più intime stanze del padrone. Lasciata sola, Zoe si rallegrò della circostanza che le concedeva un po' di tempo per pensare al modo di regolarsi prima di affrontare l'avversario. Era la prima volta che dopo una contesa col suo regio amante, veniva essa a fare il primo passo verso una riconciliazione; e non ignorava che questo, coll'umore e col carattere del Principe, non era buon metodo a tenerlo avvinto. Egli, istintivamente, aveva un concetto abbastanza giusto di sè, da disprezzare chi mostrasse per lui premura ed interesse: per farsene correr dietro, una donna bisognava non se ne curasse, e ne pungesse il capriccio col disdegno. Ma ora le condizioni delle cose erano state tali che non concedevano alla Leggera di seguire sino alla fine, come aveva fatto le altre volte, quella regola di condotta. La lite era stata più viva ed accanita delle precedenti; il rancore principesco era durato più che non avesse fatto mai per l'addietro, e l'urgenza del bisogno in cui era la cortigiana della protezione di lui per sè e pel suo damo l'avevano spinta contro ogni consiglio di prudenza a venire. Bisognava riparare a questa debolezza, coll'arte; e non c'era altro mezzo per lei che di rendersi più bella, più procace, più provocante che mai, per dettar poi la legge al desiderio di S. A. inuzzolito.
La si pose innanzi allo specchio, e preparò agli sguardi del principe un accorto disordine di acconciatura che la faceva irresistibile: mezzo sciolte le chiome che cadevano sulle spalle e sul seno in ciocche voluminose il cui fulvo colore luceva d'uno splendore metallico ai raggi de' candelabri accesi; discinte le vesti con tanta maestria che lasciasse trasparire e pur celasse le bellezze delle forme, e più facesse indovinare, ed acremente acuisse il desiderio di più vedere; uno strano e piacevolmente irritante contrasto fra la fronte severa e corrucciata e lo sguardo vivo come una fiamma e la bocca voluttuosa; un abbandono delle membra pieno di grazia felina e d'impertinente noncuranza. Quando il Duca entrò vide sopra una poltrona presso il camino lo splendore di quella bellezza, la fiamma di quegli sguardi, il candore di quelle carni, il fulvo dorato di quelle chiome, il carminio di quelle labbra, tutto uno sbarbaglio, e stette sovraccolto, come ammirato. Ella fu appena se volse il capo verso di lui, e lo guardò alla sfuggita.
— Buon giorno, principe: disse con fredda leggerezza: son io.
Il principe aveva lo sguardo, l'andatura e le idee d'un uomo mezzo briaco, qual egli era. I fumi del Bordeaux gli bollivano nel cervello insieme coi vapori della libidine; non aveva il pieno dominio della insolenza che gli teneva luogo di volontà; barcollava fisicamente e intellettivamente sotto il peso dell'ebbrezza, oppresso, non sazio dello stravizzo.
— Tu qui: esclamò egli: oh brava! oh la bella sorpresa!
E s'avanzò per abbracciarla; ma essa lo respinse e lo guardò con atto di severa dignità offesa.