Si alzò, venne presso alla cortigiana, e vuotando le sue tasche, fece cascare una piova di napoleoni sul seno, in grembo della cortigiana; nuovo Giove che si stemperava in oro per quella Danae di Pafo. A tutta prima gli occhi della Zoe brillarono di quella brutta gioia che è l'espressione d'una bassa cupidigia soddisfatta; ma poi tosto smorzò quel guizzo, e si levò fremente in una falsa indignazione che la rendeva bellissima a vedersi. Prese una manata di quei dischi d'oro e la gettò ai piedi del principe sbalordito; scosse da' suoi panni, come si fa del sudiciume della polvere, le monete che suonarono cadendo e sparpagliandosi sul tappeto, ed esclamò con una superba fierezza la cui simulazione le avrebbe invidiata la migliore delle commedianti:

— Si tenga il suo denaro, signor duca: che crede Ella io faccia una quistione d'interesse? Come la mi conosce poco! È quistione di dignità, dei più nobili sentimenti dell'animo mio.... Son venuta a darle un addio, e per sempre. Vo' partire da questa città, forse dall'Italia, e non tornarci mai più.

Agli occhi imbambolati del Principe mezzo brillo quella donna apparve ora in quell'atto più bella che non le fosse apparsa mai; la desiderò con più potenza che non avesse fatto; gli sembrò che il perderla, che il non vederla più sarebbe stata per lui una vera sventura. Cominciò per voler provare coi ragionamenti alla Zoe, che non doveva far così: i suoi argomenti vacillavano nella logica, come avrebbero vacillato le principesche gambe nel passo, se S. A. avesse voluto camminare; la cortigiana li mandava le gambe in aria coll'urto dei più matti paradossi e delle più impossibili affermazioni che al Duca parevano verità incontrastate; finì egli per umiliarsi, pregare e domandare l'elemosina del perdono. Era a questo punto ch'essa lo voleva trarre. Parve voler cedere; e quando lo vide tutto invaso dal suo influsso, ella si sciolse violentemente dalle braccia di lui, lo rigettò con vigore e gli disse sulla faccia con freddezza brutale:

— Sapete che io ho determinato di non appartenervi mai più, se voi non mi giurate di salvare Luigi Quercia?

Il colpo fu duro al principe colpito nel massimo calore della sua foga da quest'acqua ghiacciata in viso. S'inalberò, volle ribellarsi; ma la domatrice della fiera teneva nella sua mano nervosa attorcigliata la giubba di quell'animale, lo aveva avvinto pei bassi vincoli della sensualità.

— Quell'uomo!.... Ma che cosa t'importa di lui?... che cosa è quell'uomo per te?

— Ebbene! esclamò con impudente franchezza la cortigiana: e s'io l'amassi?

La faccia del Duchino si contrasse come il muso d'una jena che sta per mordere.

— No, non l'amo niente affatto: s'affrettò a soggiungere la Zoe. Tutto il mio amore è per te, mio principe, mio padrone, mio tutto; ma ho di molti debiti a quell'uomo; gli è lui che mi ha fatta quella che sono: fra noi corrono strane e misteriose attinenze che non ti posso spiegare ma che sono indissolubili; è una fraternità delle anime e della sorte; e sarei un'infame se la tradissi. Chiedimi qualunque cosa, ma non di abbandonare nel pericolo quell'uomo. Tu puoi salvarlo: salvalo ed io sarò per te più umile, più devota d'un cane. Lui non lo vedrò più nemmeno; lo farai partire per lontani paesi, per dove ti piacerà meglio; io starò sempre teco finchè mi vorrai; che m'importerà ancora di quell'uomo, quando abbia compito verso di esso il mio dovere?... Io ti amerò tanto, sai, che ti compenserò a dovizia di quanto avrai fatto...

Ne disse mille di parole, di promesse, di sollecitazioni, di preghiere ardenti, accompagnate da mosse che suscitavano le più vive fiamme del desiderio, con voce che vibrava, palpitava, accarezzava, con isguardi che avrebbero turbato uno stoico.