— Scusi, Eccellenza..... l'ordine è in piena regola,... io vorrei affrettarmi a servirla... Ma ci è il Sott'Ispettore che ha sotto la sua speciale osservanza quel prigioniero; ed abbiamo ordine di dipendere in tutto e per tutto da lui rispetto a quell'individuo.....

— Fate quel che dovete fare: disse tranquillamente il marchese: e il capoguardiano sparì portando seco la carta.

Due minuti dopo entrò con passo sollecito Barnaba, il quale esaminava, camminando, con occhio attentissimo quel foglio che a lui aveva rimesso il capoguardiano. Giunto a due passi di distanza dal marchese, levò lo sguardo e lo diresse sul volto del vecchio gentiluomo che stava attendendo con calma, seria e quasi mesta dignità; lo riconobbe di botto e fece un riverente saluto.

— Mille perdoni, Eccellenza: diss'egli. L'importanza del prigioniero, l'audacia de' suoi fautori che tutto son capaci di tentare per liberarlo, ci obbligano alle maggiori precauzioni.....

Il marchese l'interruppe con un gesto che significava: «Va benissimo, e siete compiutamente assoluto: ma ora non fatemi indugiare altrimenti.»

Barnaba, che lo comprese, si rivolse al capoguardiano:

— Introducete questi signori nel parlatorio e sia condotto presso di loro il prigioniero. Li lascierete soli; ma due secondini staranno a ciascuna delle porte.

Il capoguardiano precedette i visitatori in una stanzaccia vicina, e ve li lasciò per andar a prendere il medichino. Le pareti di quella stanza erano nude, imbiancate a calce; delle due finestre che si aprivano verso il cortile, una era murata e l'altra munita d'una grossa inferriata piena di ragnateli, lasciava passare poca luce pel riparo della tramoggia che la difendeva esteriormente; questo poco di luce era ancora impedito nel suo filtrar nella camera dal denso strato di polvere e di indefinibile sudiciume che s'era disteso sui piccoli vetri impiombati. Colà dentro, per effetto di ciò, pareva regnar sempre un crepuscolo grigiastro, di giornata invernale nuvolosa. Per mobili eranvi solamente una tavola di legno non verniciato, una panca, quattro seggiole impagliate; non vi era fuoco e il freddo faceva densamente vaporoso il fiato delle persone. Il marchese e il parroco ebbero ad aspettare pochissimo tempo che udirono un rumore di chiavi che aprivano dei chiavistelli che si tiravano, poi una cadenza di passi numerosi e pesanti che si accostavano giù d'un corridoio, e quindi videro aprirsi un uscio e circondato da quattro ceffi di secondini, presentarsi il fiero viso di Gian-Luigi Quercia.

Una mano spinse alle spalle il prigioniero, e poichè fu entrato, la porta pesante gli si chiuse dietro. I tre personaggi che rimasero così in presenza si guardarono in faccia.

Quando il capoguardiano aveva aperto la porta della segreta in cui stava rinchiuso il medichino, questi era dritto a metà del piccolo stanzino, forse passeggiandovi su e giù come soleva quasi sempre e per iscaldarsi alquanto e per occupare e divertire con quel moto l'attività febbrile della sua mente. All'udire aprir la sua prigione in un'ora affatto insolita, in cui non si usava fare interrogatorii, nè era tempo da recargli cibo, Gian-Luigi guardò tutto meravigliato verso il capoguardiano dietro il quale vide la scorta di quattro uomini.