Siffatta scherzosità dispiacque al marchese: la non gli parve più la sicurezza dell'innocente, ma l'impudenza dell'uomo compiutamente pervertito; la sua nobile fisionomia espresse il disgusto, e la sua fronte si rannuvolò. Gian-Luigi era troppo furbo e pratico osservatore, per non accorgersene subito: smise il suo sogghigno: stese sui suoi lineamenti un velo di mestizia e di dignitoso riserbo, e si volse verso Don Venanzio. Intanto pensava, sempre più intricata in impossibili supposizioni la mente, qual cosa mai menasse da lui quello de' primi fra i potenti personaggi dello Stato.

Don Venanzio aveva gli occhi pieni di lagrime, il petto di sospiri, e guardando il suo antico discepolo, aveva una tale aria di rammarico, di dolore e di tenerezza insieme, che commoveva a vederlo. Dapprima aveva sembrato esitare se dovesse o no stringere ancora quella mano che veniva accusata di opere sì ree; ma la generosa mitezza della sua anima cristiana non lo aveva lasciato lungamente in forse: prese la destra di Gian-Luigi, la serrò con significativa pressione e disse, commossa la voce:

— Crudele figliuolo!... È così, in queste condizioni, in questo luogo ch'io doveva vederti un giorno!.... Te nato per le grandi cose!.... Ah! se tu avessi ascoltato le istruzioni e i consigli del povero vecchio prete!

Quercia lo interruppe con accento in cui l'impazienza era pur vestita di una certa deferente amorevolezza.

— Ella ha tutte le ragioni del mondo, mio caro Don Venanzio; ma pur tuttavia le sue osservazioni entrano nell'ordine di quella scienza del poi, che fu sempre inutile a tutto ed a tutti. Ella sa la massima principale della mia filosofia pratica della vita: quando una cosa è irrimediabile, da folle il disperarsene, e bisogna portarne allegramente la risponsabilità.

— Ma, sventurato! esclamò il buon prete tremando; tu dunque ammetti essere reo de' falli onde ti si accusa?

— Nè ammetto nè nego... Qui non sono a confessione: soggiunse con quel suo mefistofelico sogghigno: d'altronde Ella sa che io e la confessione non ce la diciamo troppo... Sono in mano della giustizia umana, a lei l'adoperarsi coi mezzi che le spettano a scoprire la verità; io lascio fare: e mi darò la soddisfazione di ridere o di maledirla se la sbaglia... Ma questi non sono i discorsi che debbono interessare S. E. il marchese di Baldissero, perchè non credo un sì autorevole personaggio siasi di tanto scomodato per venire a darmi il gusto di una conversazione da avvocato fiscale con un povero inquisito.

Le impressioni che provava il marchese erano molteplici e contrarie: ora badando solo alla voce di chi parlava, alle aggraziate movenze di quel giovane leggiadro, alle fattezze del viso, a certe arie, al complesso esteriore di quell'avvenente persona, egli si sentiva grado grado intenerire dalla dolcezza d'una cara memoria lontana, gli pareva scorgere in quelle le arie, le mosse, le intonazioni di voce di sua sorella, si lasciava vincere da un interessamento che era come la forza della consanguinità che lo spingesse; ora ponendo mente al significato delle parole cui pronunciava quella voce tanto simpatica, provava una ripugnanza contro lo spirito che le dettava, ed una specie di riazione, cancellando ogni ombra di tenerezza, gli rendeva poco meno che odioso quel disgraziato nel quale non vedeva più che un diabolico cinismo.

Alle ultime parole di Gian-Luigi, il marchese lo saettò d'uno sguardo di rampogna, e sedendo, aprì per la prima volta la bocca, parlando con una severa freddezza:

— La verità è quella precisamente che voi non credete. Per ragioni che saprete fra poco, m'importa di molto conoscere se voi siete e potete provarvi innocente. Don Venanzio fa tuttavia tanta stima di voi che afferma, se colpevole, avrete la franchezza di dirlo a chi lealmente v'interrogasse... e non nell'interesse dell'umana giustizia.