— Ecco la lettera intiera.
Quercia sorse in piedi di scatto. La mano del marchese nel porgere la lettera tremava; la mano di Gian-Luigi nel prenderla tremava del pari. Afferrò quei due squarci, li scorse, li esaminò, ne lesse lo scritto. Quei caratteri gli danzavano innanzi agli occhi; la vista gli si abbuiava; una folata di supposizioni faceva ressa nel suo cervello; che si trattasse della sua origine in quel misterioso colloquio glie n'era già, fra i mille altri impossibili, balenato il pensiero. Ora non esisteva più dubbio: aveva quella lettera in mano; la sua famiglia era trovata. Si recò alla fronte i pugni chiusi e premendoveli come per contenere il cervello che era in bollore:
— Chi son io?... Chi son io dunque? esclamò; poi gettò uno sguardo inesprimibile sulla fisionomia mesta e severa del vecchio gentiluomo, tese verso di lui le mani che stringevano ancora e convulsamente quei pezzi di lettera, fece un passo a quella volta con mossa d'ineffabile trasporto e gridò, proprio dal fondo dell'anima:
— Ah! siete voi mio padre!
Il marchese si trasse vivamente all'indietro sulla sua seggiola, come se avesse ricevuto un urto nella fronte e mandò un'esclamazione soffocata. Sostenne un momento col suo lo sguardo vivo, fiammante del giovane che palpitava innanzi a lui, poscia chinò gli occhi con un'espressione che avrebbe potuto dirsi ripugnanza e si coprì colle mani il volto, come se assalito da un accesso di vergogna.
— No, non son io vostro padre: susurrò con voce appena intelligibile. Don Venanzio, mi faccia grazia, racconti Lei a questo infelice tutta la verità.
Il medichino fece un cenno al parroco, perchè indugiasse alquanto a cominciar la sua narrazione. Giunto al momento tanto desiderato di apprendere la verità, sentiva, per così dire, tremar l'anima ed aveva bisogno di prepararsi per accogliere con calma il vero qualunque egli si fosse. Si premette colla destra la fronte, coprendosi gli occhi; poi incrociò le braccia e si recò lentamente alla finestra, dove rivolse lo sguardo in su e stette contemplando pochi minuti secondi quella esigua luce grigiastra che pioveva dalla tramoggia; finalmente venne presso il sacerdote; sedette in faccia a lui, appoggiò i gomiti sulle ginocchia, affondò il volto nelle palme delle mani e disse:
— Parli pure, Don Venanzio.
Ascoltò immobile in quella postura tutto il racconto del parroco. Non un atto manifestò in lui le impressioni ch'e' dovette provarne; il viso, sempre nascosto, non lasciava scorgere nulla di quanto sentisse l'anima sua. Quando il vecchio prete ebbe finito, tutti si tacquero per un poco; solamente si sentiva il rumore di due respirazioni affannate: quella del marchese e quella di Gian-Luigi.
Fu quest'ultimo che ruppe finalmente il silenzio. Levò dalle mani la faccia che era pallida, pallida, ma con nessun'altra traccia d'emozione, e volse il capo verso il marchese, però senza levare gli occhi su di lui.