— Quando?

— Quando avrete avuta la vostra condanna di morte.

Il medichino fece un superbo sorriso, mosse leggermente il capo, come per dire «sta bene;» e passò.

CAPITOLO XXX.

Se la sala dell'udienza nella Corte d'appello (che allora aveva in Piemonte nome di Senato) fosse zeppa di spettatori, lascio pensare ai lettori che sanno quale morbosa curiosità sia nelle cittadinanze pei processi criminali di siffatta specie. Quella banda di malfattori aveva per tanto tempo incusso timore alla città intiera; la frequenza e la gravità dei delitti commessi erano tali da far rabbrividire; la circostanza straordinaria che il capo di quella orrenda sêtta fosse un giovane elegante, accolto con favore nelle migliori società, accresceva l'interesse della cosa. Dal giorno dell'arresto dei malandrini poteva dirsi che nei crocchi cittadineschi, in tutti i convegni, nelle conversazioni delle famiglie, non erasi parlato d'altro più fuor che di ciò; in quel tempo di calma e di servitù, non essendoci concorso di novità politiche a far diversione. Tutti volevano vedere le faccie orribili di quegli assassini; e principalmente quella del loro capo, che dicevasi, e molti di veduta conoscevano, non essere niente affatto orribile, ma anzi bellissima. Le donne sopratutto avevano questo curioso desiderio, il quale, in quelle creature così facilmente eccessive, spingevasi per alcune fino all'ardore della passione. I biglietti di ingresso alle tribune riservate erano quindi stati ricercatissimi; e quel primo giorno in cui cominciavano i dibattimenti molti e molti banchi erano occupati da rappresentanti del sesso gentile di tutte le età, venute in grande eleganza d'acconciatura a cercare poco gentili emozioni in quel dramma di sangue di processo criminale. Fra queste spiccava, ned ella cercava pure nascondersi, la Zoe, la quale nel tempo di attesa, prima che entrassero gli accusati a prendere il loro posto, era il punto di mira di tutti gli sguardi e l'argomento di tutti i discorsi. Era essa giunta delle prime — in una tribuna riservata s'intende — epperò s'era impadronita del miglior posto che si potesse avere di faccia e più vicino che era possibile all'ordine dei banchi preparati pei prigionieri. Le prime signore che erano giunte dopo di lei, avevano schivato il contatto e la vicinanza della cortigiana, prendendo posto più in là che potessero dalla sontuosa di lei veste di seta; ma quelle che erano sopravvenute più tardi non avevano avuto il coraggio di andarsene piuttosto che occupare i posti che rimanevano a fianco della cortigiana, e vi si erano sedute, ostentando però di tener le spalle volte alla loro vicina, e di non lasciar posare mai su di lei gli occhi che pure la sbirciavano di soppiatto con viva curiosità. La Leggera, in una mossa quasi abbandonata, pareva non accorgersi di nulla, e la sua attenzione era tutta fissa sui seggioloni dove sarebbe venuta a sedere la Corte, sui banchi destinati ai rei. Nello scompartimento lasciato al pubblico volgare senza privilegio di polizza d'ingresso, fin dal primo momento in cui s'erano aperte le porte della sala, si agitava una massa variegata di popolo cencioso, che ora ronzava come uno sciame di tafani, ora muggiva come un maroso di burrasca, ora rompeva in esclamazioni d'impazienza, in bestemmie contro chi urtava di dietro per ispingersi nella sala, in motti sconci, impertinenti, tenuta in freno dai cappelli a becchi, dalle faccie burbere e dalle baionette dei carabinieri.

Stante il gran numero degl'inquisiti, per questi, come ho già detto, erasi preparato un ordine di banchi, un dietro l'altro, che venivano salendo sino alla parete della sala, in ciascuno dei quali potevano stare quattro individui. Innanzi a questi banchi era uno spazio in mezzo della sala, dove un tavolo a cui sedeva il segretario coi suoi aiuti; e di là una delle pubbliche tribune, quella in cui c'erano più donne, e in prima fila la Zoe: dal primo banco dei rei a quello della tribuna correvano appena sei passi. In quello spazio centrale, precisamente di prospetto alla gran tavola de' giudici, erano i banchi dei testimoni, che si trovavano alla sinistra di quelli degli accusati. Dietro di questi banchi dei testimoni era il locale destinato al pubblico plebeo. Fra i banchi degli accusati e la tavola della Corte, che s'elevava sopra un tavolato a cui si ascendeva per due gradini, stavano i difensori: di faccia, dalla parte opposta, i rappresentanti del Pubblico Ministero. Questa disposizione de' luoghi occorre tenere a mente per comprendere poi l'orrenda tragica scena con cui si chiusero in quella sala i dibattimenti di tal memorabile processo.

Si discorreva vivamente in tutte le tribune; il maroso del pubblico straccione muggiva più che mai: ad un tratto si fece un gran silenzio e gli occhi di tutti si volsero ad un punto: entravano i prigionieri, a due a due, in mezzo a due file di carabinieri armati. Primi venivano Stracciaferro e Graffigna, poi Pelone, Marcaccio e la turba dei satelliti minori; fra questi v'era una faccia onesta, disfatta dal turbamento e dalla vergogna: quella del povero Andrea. Il suo arresto dovevasi a Marcaccio; il quale, parte per le minaccie, parte per le promesse di pena minore, s'era lasciato indurre a confessare qualche cosa della verità e non aveva taciuto della fabbricazione delle chiavi per mano del suo amico il ferraio senza lavoro. Di poi, pentitosi delle sue rivelazioni, le aveva contraddette, aveva voluto ritrattare, s'era posto di nuovo al niego più fermamente che mai; ma un secondo arresto di Andrea era stato deciso ed eseguito, e il vedovo di Paolina, alle fattegliene interrogazioni aveva risposto tutta la verità. Oh! Dio era stato pietoso di togliere anche colla morte la onesta moglie di quell'infelice allo spettacolo di tanta vergogna!

Mancava ancora il principale: il famoso medichino. Come se anche in codesto si volesse riconoscere la superiorità di lui, il capo non era stato condotto a mazzo cogli altri, ma gli si concedeva la distinzione d'una entrata speciale in scena.

Il silenzio fattosi all'entrare dei prigionieri non durò gran fatto. Tosto dopo cominciarono i discorsi, le osservazioni, i commenti, le interpretazioni, gli indovinari intorno a quelle faccie risolute, la maggior parte malvagie, feroci, fra cui dominavano la robusta, imbestialita figura di Stracciaferro, l'allampanata, alta persona di Pelone e la diabolica faccia sottile di Graffigna. Un movimento di curiosità destarono due donne che in coda a tutti gli altri imputati vennero in mezzo a' carabinieri ancor esse e furono fatte allogarsi nei banchi de' rei. Erano Maddalena e la povera vecchia Margherita. Quella conservava la sua aria sicura e petulante: appena dentro il salone aveva mandato in giro i suoi occhi ardimentosi, e, vista di subito la Zoe, aveva con essa scambiato un fuggevole ma significante ammicco. La misera Margherita invece era tanto confusa e tremante che appena se poteva reggersi e trascinarsi. Sotto l'abbronzato della sua pelle rugosa v'era un pallore che sembrava di morte: i suoi poveri vecchi occhi erano rossi dal pianto; già magrissima prima, il suo soggiorno in carcere e la pena morale l'avevano ridotta a non aver più che la sua pelle color d'alluda sulle ossa.

Nel primo banco furono posti Stracciaferro, Graffigna e Marcaccio; quest'ultimo era al capo del banco verso quello dei testimoni. Un posto fu lasciato vacante, il primo dalla parte dove sedevano gli avvocati, serbato di certo pel medichino. Nel banco di dietro erano le due donne. In mezzo agli altri accusati Andrea, che pareva lo spettro dell'uomo d'un tempo, aveva posto i gomiti sulle ginocchia e s'era nascosto il volto nelle mani.