Entrò egli cogli occhi bassi, timoroso ed incerto; solo un istante sollevò le ciglia e saettò una guardata viperina al posto dov'era il medichino. Questi s'era seduto tranquillamente, senza fare la menoma attenzione agli altri coaccusati che si trovavano su quei medesimi banchi, precisamente come se non esistessero, nè questi avevano mostrato di badare a lui in alcuna maniera, fuori di Graffigna che essendo più vicino al posto dove aveva da sedere il medichino, s'era, quasi per omaggio di rispetto, tirato più in là per lasciargliene maggior luogo; per il che Quercia, in mezzo agl'imputati, stava, come per una nuova distinzione, con una certa distanza isolato dagli altri, a cui non fu mai ch'egli volgesse una parola, un cenno, uno sguardo soltanto.
Al passargli di Macobaro dinanzi, Gian-Luigi, senz'affettazione, ma con evidentissima espressione di profondo disprezzo e di schifo, volse il capo dall'altra parte per non vederlo; ma saettarono il vecchio rigattiere di sguardi micidialissimi gli altri imputati, e principalmente Graffigna, il quale fece colla mano un cenno pieno di minaccia. Anche nel pubblico, e specialmente in quella parte dove entrava chi volesse, si levò un susurro che poteva dirsi di riprovazione. Macobaro si confuse ancora di più, e parve rannicchiarsi all'estremità di quel banco dove egli fu condotto; ma poco stante ogni rumore cessò, perchè gli uscieri imposero silenzio, ed entrarono a prender seggio i magistrati.
Io non istarò ad annoiare i lettori coll'esposizione di tutto il dibattimento del processo, delle requisitorie del fisco, e delle difese degli avvocati. Sono cose oramai che si conoscono da tutti; e i fatti che importano al nostro racconto e che vennero in quel dibattito appurati, si videro man mano avvenire. Solo dirò che la quantità dei testimoni, il numero degl'incidenti, la rilevanza delle quistioni sollevate e dibattute fra il fisco e la difesa, fecero prolungare il processo oltre le quindici sedute; che le due prime furono tutte spese nella lettura del lunghissimo atto d'accusa, in cui erano consegnati tutti i risultamenti ottenuti dalle propalazioni di Arom, dalle rivelazioni poi disconfessate di Marcaccio, dalle ingenue confessioni di Andrea, dalle indagini della Polizia; che tutte le volte fu grandissimo il numero degli spettatori e fra questi delle donne, prima sempre la Zoe; che fra i testimoni comparvero di nostra conoscenza Barnaba, Bancone, Fra Bonaventura e Giacomo Benda. La giustizia, che non ha pietà, aveva citato anche la povera Maria: e farla comparire alla vergogna di tal pubblicità sarebbe stato un'ucciderla addirittura, la infelice ragazza; ma Virginia avevale risparmiato questa prova mercè l'autorevole intervento dello zio il marchese. Anche quest'ultimo era stato sentito per ciò che era accaduto al letto di Nariccia; ma non si era all'autorevolissimo personaggio dato il carico ed il disturbo d'una comparsa in pubblico.
Solamente di quel processo riferirò l'interrogatorio del medichino, e la tragedia che seguì la lettura della sentenza.
Il medichino, come il più importante degli accusati, fu fatto levare in piedi pel primo, e il Presidente cominciò ad interrogarlo così:
— Il vostro nome?
Un gran silenzio s'era fatto nella sala, non si sentiva una mosca a volare, e tutti gli sguardi erano intenti sulla bella figura del giovane inquisito: questi con quel suo contegno di sicurezza, con quell'aria di superiorità piena di degnazione che gli erano abituali, rispose colla sua voce limpida e chiara tre parole che suonarono, in quel silenzio come un accordo musicale:
— Non ho nome.
— Voi foste registrato nei libri dell'Ospizio con quello di Giovanni Venturino, e con esso dato ad allevare alla donna Margherita Coppa; ora vi facevate chiamare in società Luigi Quercia.
L'accusato guardò fiso il Presidente, come per dire: «non ci ho nulla da contestare:» e si tacque.