Il Presidente gli fece una severa ammonizione che l'inquisito ascoltò freddamente.

— Signore, diss'egli poi, quando il Magistrato ebbe finito, le sue parole non mi faranno uscire dalla determinazione che ho presa. Se fossimo ancora ai beati tempi della tortura, non varrebbero a farmi parlare neanche i più fieri tormenti.

Non ci fu verso a smuoverne il fatto proposito; Stracciaferro e Graffigna ne imitarono l'esempio; gli altri si confusero nelle loro risposte; Pelone riprese per suo conto quelle confessioni che Marcaccio aveva ritrattate; Maddalena pose una strana audacia a compromettersi pel medichino; Andrea, come già aveva fatto nell'istruttoria segreta, disse tutta la verità di quanto lo riguardava. Così esplicite poi furono le deposizioni testimoniali, così eloquenti i corpi del delitto sequestrati che provavano un'infinita quantità di furti e di assassinii, così precise le rivelazioni di Macobaro che niuno poteva conservare il menomo dubbio sull'esito che la sentenza avrebbe dato al processo.

Contro Macobaro non avevano cessato gl'inquisiti di saettare sguardi feroci d'odio e di minaccia. Certo le lunghe ore di seduta di quei dibattimenti dovettero essere per quel vecchio una sequela di tormenti indicibili; ma il pensiero della vendetta lo sosteneva, e poi messosi una volta per quella strada, bisognava bene andarne fino al termine.

Si chiusero alla fine i dibattimenti. Il Pubblico Ministero tuonò contro i rei e ricordando lo spavento generato nella cittadinanza da quell'audacissima schiera d'assassini, l'empietà e la barbarie di tanti e sì frequenti reati, invocò tutto il rigor delle leggi e chiamò la pena di morte pel medichino, per Stracciaferro, per Graffigna, per Marcaccio e per altri due accusati di cui il nome non rileva; per gli altri inquisiti varii gradi di pena dai lavori forzati a vita fino ai cinque anni di reclusione. Gli avvocati difensori s'industriarono se non a purgare d'ogni taccia i loro clienti (chè la cosa era impossibile) di mostrarne almeno minore di quel che volesse il fisco la colpabilità.

Udito tutti, il Presidente fece il riassunto di tutti i dibattimenti avvenuti, e poi, levando la seduta, annunziò che nell'udienza del giorno di poi sarebbe stata letta la sentenza che nell'intervallo il Magistrato avrebbe pronunziata.

L'assemblea si sciolse con quel mormorio speciale che è indizio di commozione delle masse: il domani una folla più fitta che mai si stipava nella sala dell'udienza, nel vestibolo precedente, nella gradinata, nell'atrio, fino nella strada. Un maggiore susurro regnava nella sala, sintomo d'agitazione promossa dalla curiosità d'impazienza ansiosa nell'aspettazione. Il rumore non cessò, anzi s'accrebbe quando furono visti entrare gli accusati. Alcuni notarono che il medichino era un po' più pallido del solito; ma la sua fisionomia era calma e l'aspetto sicuro come sempre. Avreste detto ch'egli veniva spettatore di cosa che riguardava tutt'altri da lui. Gli altri delinquenti avevano tutti l'aspetto turbato ed ansioso, eccetto Stracciaferro che conservava la solita aria ferocemente stupida e Graffigna la sua maliziosa figura di volpe. Il bettoliere Pelone era di color verde, il suo cranio giallognolo luceva di sudore che vi spuntava a goccioline, e i suoi occhi infossati si giravano intorno con uno sbigottimento profondo; Andrea era abbattuto e privo di ogni vigore; Marcaccio per contro ostentava un'animazione, una specie di gaiezza che era troppa per apparir naturale e che si vedeva effetto della inquietudine la più viva; egli non poteva star fermo, le mani sue brancicavano sull'assicella superiore della barriera che aveva dinanzi a sè, volgeva atti e sguardi e sorrisi a' suoi compagni, e il carabiniere che gli stava presso non cessava dall'ammonirlo a tenersi tranquillo. Un osservatore avrebbe fatto attenzione a certi sguardi che a questo carabiniere che gli era allato gettava Marcaccio: erano sguardi che parevano misurarne la forza, esaminarne la risoluzione e il coraggio; e ad ogni volta lo squadrasse a quel modo, vedendo la robusta complessione e l'aspetto ardimentoso di quel difensore della legge, Marcaccio non poteva nascondere certi segni di contrarietà e di disappunto.

Jacob Arom, condotto anche lui ad udire la lettura della sentenza, poichè ancor egli era fra gli inquisiti e solo aveva da esser salvo per le fatte propalazioni, era più pallido, più confuso, più tremante che mai e si sarebbe detto ch'egli, il quale aveva l'impunità assicurata, era quello che più di ogni altro era occupato dallo spavento. Più feroci che mai lo saettavano gli sguardi dei suoi complici, cui egli non osava affrontare, tenendo gli occhi continuamente fissi al suolo; e più d'uno tendendo verso di lui il pugno chiuso, gli faceva atti di minaccia e gli lanciava imprecazioni e bestemmie.

Un gran silenzio si fece quando la Corte entrò e prese posto, quando il segretario si levò in piedi e cominciò con la voce grave e monotona la lettura della sentenza. Questa dopo le relative considerazioni per cui venivano poste in sodo le risultanze del processo e le varie colpabilità degli imputati, passando alla parte dispositiva, condannava, dei personaggi del nostro dramma, tre alla pena di morte: Giovanni Venturino sedicentesi Luigi Quercia e sopranominato il medichino; Michele Luponi detto Stracciaferro; e Giocondo Graffigna. Marcaccio era condannato alla galera in vita; Pelone a dieci anni di lavori forzati; Andrea a dieci anni di reclusione; Maddalena a cinque anni; Margherita era assolta.

I condannati all'estremo supplizio non fecero il menomo movimento; Quercia solamente sorrise col suo modo superbo e slanciò uno sguardo alla Zoe, la quale era là, innanzi a lui, al suo solito posto. Con quello sguardo egli le diceva: «Bada che ora mi occorre un ultimo servizio e conto su di te.» La Leggera gli rispose con uno che significava: «Non ismarrirti. Tutto può ancora rimediarsi: io non ti mancherò, e sarai salvo.»