Gian-Luigi affondò i suoi occhi penetranti in quelli del suo interlocutore e rispose lentamente:

— Quello di cercare un perchè.

— Quale?

— Il perchè del vostro accanimento a mio riguardo.

Barnaba continuò a sorridere di quel suo modo.

— È facilissimo a capirsi: voi siete la lepre, io sono il segugio.

— Una lepre! proruppe il medichino, e la sua voce vibrò: vi pare?... Ma accettando anche l'infelicità di questo paragone, fra il lepre ed il cane v'è antipatia di razza; e fra noi c'è comunanza di origine. D'onde uscite voi? Di certo da quella plebe ch'io mi sdegnai di veder preda senza rimedio alla miseria.

Il volto del poliziotto, che di solito non aveva mai espressione veruna e sapeva nascondere ogni sensazione dell'animo sotto una maschera immutabile d'apatia, per caso straordinario, si rimbrunì e lasciò scorgere una traccia di amarezza come di un antico dolore.

— Sì: diss'egli: voi avete detto il vero. Io esco proprio dalla più infima plebe, dal fango della piazza pubblica. Da chi nasco? Non lo so. Non so nemmanco se son frutto d'un legittimo matrimonio o d'una fortuita unione prodotta dall'amore o dal vizio. Mi ricordo vagamente d'un tempo lontano lontano, nei miei primi anni, che vivevo con un uomo e con una donna che si battevano fra di loro e battevano me. Erano mio padre e mia madre?... Forse!... Conobbi il benefizio del loro amore dalle percosse e dalla fame. Un bel giorno mi abbandonarono sopra una strada. Fui raccattato piangente ed affamato da un saltimbanco. Orrori d'ogni fatta videro la mia adolescenza e la mia giovinezza. Non avevo nulla di mio, nè anco una fede di battesimo. Mi si addestrò colle percosse a far ridere il pubblico; per molti e molti anni, non fui più che Pagliaccio. Ecco la mia origine, ecco la mia vita, ecco ciò che mi diede, ciò che fece per me questa società ch'io ora difendo, e non senza merito mi pare.

Amarissima era, nel dir queste parole, l'ironia del suo accento e del suo sogghigno.