Gian-Luigi stette un istante considerandolo in silenzio.

— Strano! Strano! Pensava egli frattanto. Costui, nato di miserabili, doveva mettersi a difendere quell'ordine sociale, dal cui sovvertimento i pari suoi non hanno che da guadagnare; mentre io doveva assalire e minacciare quelle istituzioni che fanno la grandezza e la superiorità del ceto da cui ho avuto origine. È un gran burlone il caso!

— E dunque, diss'egli poscia ad alta voce, siete soddisfatto della vostra parte, e dei risultamenti dell'opera vostra? Non vi è mai venuto in mente il pensiero che avreste fatto meglio per vostro interesse e per la verità delle cose a prender posto nel campo nemico, e recare la vostra attività, la vostra accortezza e il vostro coraggio a quelli che ora combattete come avversarii? Supponete che le nostre due abilità si fossero incontrate, poste d'accordo ed unitesi in uno scopo comune. Oh! non vi pare che di grandi cose avremmo potuto ottenere?

Barnaba scosse il capo.

— Prendendo una falsa strada, dove volete che si arrivi se non ad un precipizio?..... E per quella strada della ribellione sociale ho cominciato ancor io... Anch'io fui un giorno un eslege, posto al bando dal Codice Penale... Ed io pure pensai allora di gittarmi a capofitto nella demoniaca baraonda dei ribelli sociali. Sapete che cosa me ne trattenne? Fu l'odio che avevo contro il mio carnefice il saltimbanco. Quell'uomo mi aveva non solamente torturato e guasto il corpo, ma insudiciata, invelenita, adulterata, deturpata l'anima. Ogni fiore di soave e dilicato affetto che vi spuntasse, egli l'ha inesorabilmente schiacciato e calpesto. L'uomo in generale ed il povero, il plebeo in particolare, mi apparve in lui la più trista creatura, un mostro da' più turpi istinti, dalle più infami tendenze, una belva feroce che doveva esser domata. L'onestà in me naturale si suscitò nell'orrore che provai per quell'abbiezione in cui non la mia volontà, ma le circostanze mi avevano precipitato, per quella scellerata corruzione del volgo che s'incarnava per me nella persona di quel miserabile. Preferii passare nella schiera dei domatori che rimanere in quella delle belve. Mi parve che in ogni scellerato ch'io concorressi a far punire vendicassi ancora la mia innocenza, la mia infanzia, la mia debolezza conculcate da quell'iniquo. Non mi sfuggì nessuna delle ingiustizie dell'attuale società: ma mi domandai spaventato che sarebbe dell'umanità, che sarebbe del mondo, se un giorno prevalessero mai contro l'ordine stabilito le scellerate passioni, le rozze nature e i brutali impulsi della plebe. Mi posi per convinzione e a poco andare per diletto a quell'opera cui avevo intrapresa dapprima per necessità. L'ardore della lotta e il soddisfacimento del trionfo si aggiunsero a determinare viemmeglio la mia vocazione... E chi meglio di voi rappresentò mai il genio del mal sociale che noi siamo chiamati a combattere?

Il medichino crollò il capo con sulle labbra un sorriso da incredulo.

— Gli è dunque per solo amore del vostro mestiere che voi foste così implacabile mio cacciatore. È un bel zelo. Ed ora godete del vostro pieno trionfo. Io sono condannato a morte; e voi siete venuto a gioire della dolcezza di mirare in volto un uomo che avete tratto fino ai piedi del patibolo. Non avete più nulla da desiderare nè da operare...

— No: interruppe Barnaba: l'opera mia a vostro riguardo non è ancora finita. Io sono risponsabile della vostra persona fino all'ultimo. Ho da consegnarvi vivo alle mani del boia.

Gian-Luigi ebbe un lieve sussulto e lanciò al suo interlocutore uno sguardo che era una saetta di fuoco; Barnaba lo sostenne immoto.

— Questo pensate che eziandio vi riuscirà; e veramente gli è ora il più facile.