Tacque un istante, come oppresso dal peso di queste memorie: essa, la Zoe, nella quale un'ardente curiosità, un vivo interesse s'erano desti, afferrò il braccio di lui e dissegli con calda sollecitazione:
— Dove? dove? dove e quando mi hai tu riveduta? E nel frattempo che era egli avvenuto di te?.... Oh dimmi tutto..... Non è vero ch'io ti abbia obliato, povero mio Pagliaccio: tu fosti l'amico della mia infanzia, un fratello per me, fosti l'unico amico ch'io abbia avuto nella vita.... Quante volte t'ho ricordato, sai, e desiderato rivederti, od almeno sapere di te!
— Ebbene sì, ti dirò tutto: rispose Barnaba dopo un istante di silenzio in cui parve occupato a domare la sua emozione e concentrare le sue memorie. Questo mio passato l'ho tenuto chiuso finora sempre nell'anima mia, senza lasciarne scorgere pure un segno, pure una traccia ad occhio altrui. Ora in tua presenza, insieme colla passione, lo sento traboccare. Ascoltami e impara a conoscermi.
«Fuggii senza saper dove.... Non recavo impresso nel mio cervello il grido soffocato dalla morte dell'assassinato padrone, ma quello di stupore uscito dalle tue labbra rosse quando t'afferrai ad un tratto nell'amplesso violento: non avevo nella mente e nell'anima il ricordo del mio delitto, ma quello del bacio ardente che ti aveva stampato sulla bocca.... L'istinto non la ragione mi faceva nascondere la mia persona e i miei passi ad ogni vista d'uomo. La ragione in me era compiutamente smarrita in quel tempo: vivevo come in un delirio continuo. Mi nascondevo il giorno, viaggiavo la notte: i miei alimenti li rubavo con miracoli indicibili di audacia e di destrezza. Venni giù lungo il Po, seguitandone il corso, ignaro de' luoghi, senza scopo altro che quello di fuggire. Alla fame che mi toccava sopportare, ero già da tempo avvezzo. Giunsi finalmente presso Ferrara, e là fui arrestato. La polizia pontificia nelle cui mani caddi, sfinito, affamato, presso a terminare i miei guai colla vita, mi tenne parecchi mesi in carcere senza curarsi altro di me; un giorno il carceriere annunziò ai suoi superiori ch'io stava per morire, e in un momento di pietosa ispirazione di qualche direttore fui trasportato all'ospedale.
«Ad un prete che mi venne intorno per farmi pensare all'anima, dissi tutto. Questo tale che aveva ingerenza nella Polizia vide in me una certa tenacia di propositi, una forza di volontà, onde avrebbe potuto vantaggiarsi il Governo papale; ne parlò al cardinale legato, e quando la robustezza della gioventù e la mia cattiva sorte mi trassero a risanare, venne dalla parte dell'autorità a farmi la proposta seguente: «mi mettessi al servizio della Polizia pontificia e sarebbesi ignorato sempre il mio passato e datomi i mezzi di vivere agiatamente; se rifiutassi sarei cacciato di là della frontiera e consegnato, come micidiale che ero, al Governo Sardo.»
«Non mi venne pure in mente di rifiutare: ed anzi mi parve quella una ventura. La mia vita anteriore non era tale da darmi scrupolosità nessuna circa i mezzi di guadagnarmi la vita. Il nostro padrone m'avea ispirato un tal odio contro gli scellerati miserabili, che mi sorrideva in pensiero di dar loro la caccia, parendomi che col perseguitare altri sciagurati uguali al saltimbanco, avrei continuato ancora la mia vendetta. Fui accanito nemico di ladri, assassini e liberali; fui tutt'insieme spia, sgherro, agente provocatore....
Zoe fece un moto quasi di ribrezzo.
— Ah! non inorridire.... e non meravigliare se io ti dico ciò senza la menoma vergogna.... Abbandonati a noi, coll'infanzia che avevamo passata, che cosa si poteva diventare se non quello che siamo?... Tu una meretrice, io.... quel che dissi.... E di me non ho vergogna, e te non accuso. Siamo un effetto fatale delle circostanze.
«Ebbi la fortuna di rendere importanti servigi e progredii nella intrapresa carriera. Fui chiamato a Roma a quell'uffizio centrale, e colà sarei rimasto assai facilmente per sempre, se tu non ci fossi venuta, se non ti avessi rivista.
«Entrai un giorno nell'anfiteatro dove avevano luogo le rappresentazioni d'una compagnia equestre venuta dall'Alta Italia. Avevo udito parlare come di una vera meraviglia dell'agilità, della grazia e insieme della forza e del coraggio d'una saltatrice, fra le attrattive della quale non era ultima e meno efficace quella d'un'originale e potente bellezza. Tutta Roma se ne occupava: dicevano le male lingue che parecchi monsignori facevano omaggio del loro cuore e dei loro denari a quella figliuola d'Erodiade mandata dall'inferno per la loro perdizione. Io di donne non mi davo punto pensiero. Era questa anzi una delle mie forze: su di me venivano a spuntarsi le seduzioni delle Sirene, come le vere lagrime delle oneste fanciulle. Era il tuo pensiero che mi premuniva. I sensi e l'anima, tutto avevo assorto nella memoria dell'esser tuo; nessuna mi aveva riprodotto, che? adombrato nemmeno dinanzi quel tipo di cui mi rimanevi nella mente la più perfetta espressione. Entrai in quell'anfiteatro affollatissimo di gente ansiosamente aspettante senza il menomo stimolo di curiosità; quella sorta di spettacoli anzi mi ripugnava; ogni qual volta trovavo di quei saltimbanchi ambulanti, de' quali ero stato uno ancor io, me ne allontanavo con ripulsione; essi mi ricordavano le mie sofferenze infantili e il mio delitto; se non ci fossi stato tratto per ragion di servizio, forse nemmeno in quel circo di Roma non ci sarei entrato mai.