«Il popolo della città eterna è ancora quello dell'antico tempo, appassionatissimo per siffatti spettacoli. Una fitta immensa di teste coronava a varii ordini l'arena su cui piovevano torrenti di luce, e dove, per divertir quella plebe censita e non censita delle povere creature si esponevano a rompersi il collo ogni momento nei più arrischiati salti e giuochi di equilibrio sul dorso di cavalli correnti. Ne li compensava un entusiasmo strepitante che si manifestava in applausi clamorosissimi e senza fine. Io mi sentiva all'infuori di quell'ardore comune che possedeva tutto quel pubblico; mi trovavo isolato in mezzo a quella folla, ed anzi un velo di mestizia veniva a stendersi sulla mia mente e sull'anima mia. Ad un tratto a quel fragoroso pandemonio di voci, di grida, di battimani, di urla, successe un profondo silenzio, un silenzio quasi religioso. Era stata condotta nell'arena una cavalla bianca a dorso nudo, ornate le briglie di mappe e nastri svolazzanti color di rosa.
« — È la Leggera, vien la Leggera: udii mormorare intorno a me, e tutte le faccie si tesero verso il circo, e corse per tutta l'assemblea un fremito di piacere, come in anticipazione di quello cui ognuno si riprometteva.
«La tenda che pendeva alla porta per cui entravano nel circo gli artisti fu vivamente scartata: la musica fragorosa di stromenti d'ottone intuonò una marcia vivace, e con un salto prodigiosamente leggiero e grazioso si slanciò e fu in mezzo all'arena una donna. Ebbi lo sbarbaglio negli occhi, credetti sognare, mi dissi che quella forma che m'ero vista volare dinanzi nello scintillio dei lustrini del suo abito elegante da rappresentazione era una chimera della mia fantasia, era una visione del cervello malato sempre fisso nel pensiero d'una persona. In quella silfide avevo riconosciuto te, Zoe.
«Tutto il teatro era scoppiato in un tuono tale d'applausi, che chiamarli furibondi è dir poco. Tu t'inchinavi sorridente con grazia un po' superba, facendo cenni di ringraziamento col pome d'argento del tuo frustino; poi d'un balzo, senz'aiuto, fosti seduta sul dorso del tuo cavallo che s'impennava impaziente, contenuto al morso da uno scudiere, raccogliesti nella tua piccola mano nervosa le briglie bianche, e colla tua voce chiara, argentina, che giunse fino a me distinta ed armoniosa in mezzo a tutto quel baccano, gridando: «hop! hop! lasciate andare» ti slanciasti di botto al galoppo per l'arena.
«Avevo riconosciuto la tua persona, avevo riconosciuto la tua voce: eri tu, ma come diversa, essendo pur sempre la medesima! Eri tu, ma completa nella tua bellezza, perfetta nella potenza delle tue attrattive, cinta di quell'aureola di splendore che conveniva all'esser tuo, superba dello sfoggio della tua luce. Facesti due giri seduta sul dorso del cavallo, poscia, senza che ti si vedesse pure fare il balzo, tanto fu leggero il tuo movimento, fosti dritta in piedi sul destriero sempre al galoppo. Le tue forme così perfettamente belle si disegnavano in modo spiccato e preciso nella luminosa infuocata atmosfera di quell'ambiente; le tue chiome d'oro, in cui erano frammisti fiori di color di fuoco, svolazzavano all'aria come raggi di sole intorno al tuo capo; il seno anelante pareva pieno di desiderii e li eccitava rabbiosamente in altrui; le labbra rosse, i denti bianchissimi erano tutta una voluttà nel tuo sorriso; gli occhi saettavano scintille. Ogni atto, ogni mossa era una grazia, una bellezza artistica, un incanto. Tu affrontavi ogni più rischioso passo e lo superavi sorridendo: parevi aver domato il pericolo ed averlo fatto tuo schiavo. Si trepidava, si palpitava, si gioiva acremente a vederti. Tutte quelle migliaia d'occhi maschili ti divoravano, migliaia e migliaia d'ardori ti possedevano colla fantasia.
«Ed io?..... Tu mi turbinavi dinanzi come una visione. Il cuore mi doleva nel petto pel battere disordinato e violento. Tutto l'esser mio aspirava a te. Mi pareva impossibile che tu non dovessi sentire in mezzo a tutta quella folla l'effluvio della mia volontà, il trasporto verso te dell'anima mia... Che ti dirò di più? Uscii di là ebbro, la mente sconvolta, pazzo..... Quante follie non immaginai!..... Presentarmi a te, farmiti conoscere, e rapirti, tornare al mio antico mestiere ed arruolarmi in quella compagnia ancor io... In quel troppo tumulto della passione così vivamente ridestatasi avrei certo commesso qualche follia; ma giusto allora per ragioni di servizio fui allontanato da Roma. Non ebbi la temerità di disubbidire; e quando fui di ritorno la compagnia equestre aveva abbandonata la città, e tu eri partita con essa.
«Rimasi lungo tempo sconclusionato, triste come una giornata senza sole. Avevo bisogno di sapere almeno di te, e ti seguii accuratamente nella tua carriera su per le novelle dei giornali. Sentii allora come una specie di nostalgia: era il bisogno non delle aure, del sole, della vista del mio paese, ma il bisogno di te. Sapevo che tu eri in Piemonte; un giorno la passione fu più forte d'ogni ragionamento: fuggii e venni di nuovo in questa terra da cui ero stato lontano tanti anni.
«La Polizia di Roma aveva già informata quella di Torino di ogni cosa che mi riguardava. Appena qui giunto fui preso e tratto innanzi al Commissario Tofi. Egli mi pose innanzi il medesimo dilemma che già il prete poliziotto di Ferrara: od essere giudicato come omicida, o farmi suo cieco stromento. Tu eri qui, mi piaceva fermar qui la mia dimora: mi diedi al signor Tofi.
«Cercai la tua presenza, ti ammirai da lunge, ma venirti innanzi non ardii mai. Lasciasti l'arte tua e sfavillasti nel mondo delle cortigiane, stella errante e più splendente delle altre: non cessai di amarti, di desiderarti, di volerti. Compresi che presentandomi a te, io umile, povero, oscuro, disprezzato agente di polizia, mi avresti scacciato. La fortuna mi condusse tali circostanze, e il mio presentimento me le aveva fatte indovinare, ed io fui accorto cooperatore alla fortuna; tali circostanze, dico, per cui tu hai da curvarti al mio volere — e di queste circostanze intendo trarre compiuto vantaggio in pro della mia passione.
— E sia: esclamò con una impudente franchezza la cortigiana: questa tua passione non offende il mio amor proprio. Ma poichè questo premio che tu cerchi l'hai desiderato cotanto e ci dài tanta importanza — e non sarò io di certo che te ne darò torto — lascia che almanco io ci metta un prezzo un po' meglio adeguato. Tu ora l'avresti comperato con nulla.