Il gesuita alzò gli occhi al soffitto in una mossa da estatico, come si dipingono i santi che si adorano sugli altari.
— Ho pregato vivamente, rispos'egli con voce che pareva piagnolosa, ho pregato la Madonna del Carmine mia santa patrona, perchè mi rendesse degno di questa grazia.
— Or bene, continuava il condannato colla medesima empia ironia, se la vostra Madonna vuol farvi questa grazia, deve già avervi ispirato i mezzi di pervenire al vostro santo fine, gli argomenti da convincere la mia incredulità (perchè io sono un incredulo, signor mio), l'eloquenza da penetrarmi in cuore. Parlate adunque sollecito e saremo più presto liberi tuttedue, voi dell'obbligo del vostro mestiere, io....
Si arrestò, perchè la sua natìa gentilezza gli fece sentire in quella tutta la brutale grossolanità della espressione che stava per usare.
— Della mia compagnia: soggiunse il gesuita terminando la frase, con accento di mite umiltà e faccia di rassegnata tolleranza. Ditelo pure. Oh! non crediate d'offendermi. Me, come uomo, voi potete ferire come e peggio che vi piaccia; non mi lamenterò, vi benedirò anzi. Vorrei esser fatto segno non solo della vostra ironia, del vostro scherno e del vostro disprezzo, ma dei più fieri insulti eziandio e dei mali trattamenti. Ricordate ch'io son servo e ministro di Colui che venne in terra per tutto soffrire dagli uomini in beneficio degli uomini, di Colui che disse: «se vi percotono la guancia destra, e voi porgete la sinistra.»
Queste parole pronunciate con un tono dolciato ed untuoso che sapeva d'ipocrita lontano le mille miglia, irritarono vieppiù il paziente: una matta voglia glie ne venne di percuotere una di quelle guancie paffute del frate, per porlo tosto in condizione d'applicare la massima del Vangelo; si tolse di là per resistere alla tentazione, e prese di nuovo a passeggiare.
Padre Bonaventura, che s'accorse dell'effetto delle sue parole, continuava:
— Vedo tutta l'irritazione dell'animo vostro, e la capisco. La è naturale, è necessaria, e vorrei benissimo che la potesse avere uno sfogo, sicuro che di poi la cederebbe per lasciarvi luogo a penetrare alla parola di Dio. Deh! (e levò più che mai gli occhi al soffitto) potess'io essere occasione e vittima anche di questo sfogo: io vi direi come Temistocle: «batti ed ascolta»; ma per carità, per l'amore di voi medesimo, per l'anima vostra, rispettate quello che v'ha di più rispettabile e di più venerando: la nostra santa religione....
Il medichino lo interruppe con impazienza:
— Voi, quantunque gesuita, mancate di quell'arte rettorica che mostrate a vostro uso alle generazioni crescenti. Mi scongiurate a nome di cose che non hanno, che non possono avere su di me nessuna efficacia. La carità? Come volete che ci creda un uomo che gli altri uomini mandano a morire? L'amore di me medesimo? Fra dodici ore non esisterò più. L'anima mia? Non credo a questa invenzione dei pusilli che i furbi di tutte le epoche col nome di sacerdoti, hanno sfruttata per tenere a sè soggetto il genere umano. Noi siamo un organismo come quello dei bruti, più perfetto, e che quindi è arrivato al fenomeno del pensiero: distrutto quest'organismo, tutto è distrutto. La vostra anima l'ho cercata collo scalpello dell'anatomico, e non l'ho trovata; ho trovato bensì la materia e le leggi necessarie che la reggono da cui tutto mi viene spiegato senza bisogno d'altra ipotesi. Come volete voi ch'io rispetti la religione? La vostra, al par di tutte le altre, non è che un insigne inganno a cui si pigliano i semplici: l'uomo, stupito egli medesimo d'avere una ragione, vi ha rinunciato per credere alle assurdità dei dogmi.