E raccontò in breve con parola vivace e risentiti colori ciò che poc'anzi era intravvenuto fra lui e il frate.

A Don Venanzio, cui questa cosa tornava incredibile, parve di fare un brutto sogno.

— È impossibile! andava egli esclamando, le mani levate in alto nell'espressione dell'orrore da lui provato a siffatta rivelazione: non può un ministro di Dio scendere sì basso, tradire così il suo dovere, mentire nella più sacra cosa ch'egli abbia!

E poichè Gian-Luigi ebbe confermato con solenne asseveranza il suo dire, il vecchio sacerdote, dolorosamente sbigottito, uscì a domandare:

— Ma dunque non è punto vera la tua conversione? Non è punto vero il tuo pentimento?

— Conversione! Pentimento! disse il condannato con amarissima ironia. Mi lasci esser sincero, Don Venanzio: è nel mio carattere, e mi è debito in queste ore supreme il dire audacemente la verità. S'io fossi riuscito nell'opera che avevo intrapresa — opera assai più vasta e terribile di quanto il pubblico crede e i giudici hanno appurato; — mi sarei io pentito? avrei avuto rammarico dei mezzi adoperati? No certo! Ho comune con quella setta di cui veste la tonaca ed ha i pensieri ed usa gli accorgimenti quell'ipocrita che è testè uscito di qua, ho comune coi gesuiti, dico, il principio che qualunque sieno i mezzi, poco importa, purchè si arrivi alla meta... Mezzi buoni e mezzi cattivi... Ma nulla è di assoluto per l'uomo, e il male non è che un particolar modo di vedere e di sentire secondo le epoche, l'educazione, le diverse qualità di razza, di temperamento, d'intelligenza. Quando la maggior parte degli uomini si accorda a dir male una cosa, ha il diritto colla forza che dà il numero di imporre la sua credenza altrui. Sia: tutto è dominio della forza quaggiù e finchè un'altra forza non la vince, governi il mondo morale quell'opinione e punisca i violatori della sua ortodossia: ma il vinto, il punito, ha pur diritto nel suo foro interiore di protestare, di serbare la sua credenza, di pensare come vuole. Me colpisca pure la dominante prepotenza sociale, ma la non può farmi da me rinnegare me stesso, condannare il mio fatto, smentire la mia individualità. Io non mi converto e non mi pento.

Don Venanzio levò al cielo le palme con mossa d'uomo inorridito.

— Oh sofismi orgogliosi dell'errore! esclamò egli. Ma sventurato che tu sei!... Ciò che è male non ti accusa e denunzia la tua stessa coscienza?

— Che cos'è che chiamano coscienza gli uomini? Per molti — per quasi tutti — è un'intima, inconscia viltà; è il residuo di vane credenze e paure istillate nell'animo umano dalla presente educazione infantile e delle quali, tanta è l'impronta, rimane pur sempre in ognuno, checchè si faccia, un ricordo. La coscienza del cristiano è diversa da quella del musulmano, questa da quella del buddista, e diversa da tutte è quella del selvaggio che non ha punto, od appena se un adombramento d'idee religiose. È dunque la nostra coscienza l'arbitro per ciascuno del bene o del male? E se la mia coscienza mi lascia tranquillo, egli è segno quindi che non è male quel ch'io ho fatto?

— Perchè tu l'hai pervertita dall'influsso delle inique passioni, dai sofismi del tuo intelletto, ribelle al suo Creatore.