— Questo chi lo può assicurare? disse il parroco tanto mite d'indole e d'anima sì generosamente pietosa che sentiva non dover metter limiti alla clemenza di Dio. Quel di lassù vede meglio di noi lo stato dell'anima che si presenta al suo giudizio e sa adattare ai meriti di essa la sorte che le conviene. Infinita inoltre è la sua bontà.....
— Ah non dica: interruppe il medichino uscendo da quella ironica freddezza con cui aveva parlato sino allora, e dando al suo accento una vivacità che toccava all'indegnazione: infinita bontà la sua, mentre è articolo di fede la eternità delle pene! È una crudele contraddizione. Come! Per gli errori di una vita che è un soffio, che è un nulla al cospetto del tempo senza fine, la mia anima immortale sarà perduta eternamente, senza più rimedio, senza possibilità nessuna di riabilitarsi; il destino della mia immortalità sarà deciso dal breve esperimento d'un attimo ed irrevocabilmente. Dopo un passaggio nella volgare esistenza terrena, le anime piomberanno nell'inerzia eterna, queste — le poche — felici sempre, quelle — le moltissime — sempre tormentate? Un istante d'operosità senza causa in mezzo al nulla da una parte, all'ozio infinito dall'altra. E sopra i dannati a cui si rinnovano sempre più crudeli i dolori, Dio immutabile e compiacentesi, autore del male. E questa è per loro la suprema bontà?
Il buon parroco, a questo punto, tacque un poco, non senza qualche imbarazzo. Era questo un argomento che agiva di molto, non tanto sulla capacità del suo intelletto, quanto sulla bontà del suo cuore.
— Vogliamo noi, misere, deboli, insipientissime creature che siamo, comprendere, giudicare, misurare alle povere idee che possiamo aver noi l'Ente supremo, infinito, assoluto, il Creatore di tutto, e le sue qualità, e, mi perdoni l'Altissimo, i suoi doveri?
Troppo lungo e fastidioso sarebbe riferir tutte le parole che intorno a questo argomento si scambiarono tra il prete e il perverso spirito impenitente dell'assassino, in mezzo a' quali frappose le sue lamentazioni anche la povera Margherita. Ma nè le ragioni e le esortazioni del sacerdote, nè le preghiere della vecchia contadina valsero a smuovere pur di un punto la pertinace incredulità di Gian-Luigi, quando, verso sera, un altro personaggio entrò nella cella che serviva di confortatorio al medichino: Maurilio.
Era un moribondo che camminava: le sue membra tremavano, e il passo vacillava come quello di un ebbro. Era la forza della volontà, avreste detto anzi che era una potenza superiore, estrinseca all'individuo, che reggeva quel corpo sfibrato, che conteneva e faceva funzionare quell'organismo. Aveva dei movimenti automatici, ora bruschi, ora incerti come se determinati da molle e da suste di un meccanismo guastatosi. Recava seco nel color delle guancie, nella macilenza del viso qualche cosa di sepolcrale, quasi avreste detto un odore di fossa; il dito della morte era chiaramente impresso su quella fronte che pareva diventata più ampia, su cui parevano drizzarsi più irti e stecchiti i neri capelli. Eppure dal fondo di quelle occhiaie più infossate, raggiava una luce d'intelligenza che era maggiore di quanta possa brillare in occhio umano; e sulla grossolana volgarità di quelle sembianze plebee era sparsa come una fosforescenza, quasi pareva distesavi intorno un'aureola.
Chi lo aveva avvisato di ciò che succedeva, e che quello era l'ultimo giorno dei condannati? Non una voce umana di certo. Tutti gli amici che lo visitavano avevano cura grandissima di non parlargliene, credendo con ciò aggravare e la passione dell'animo suo, e quindi il suo male; ned egli aveva interrogato nessuno: ma ad un punto, dopo circa mezz'ora d'uno di quei sopori in cui cadeva di quando in quando, Maurilio s'era ridesto con una scossa e senza dire pure una parola, disceso stentatamente dal letto, aveva cominciato a vestirsi. A chi ne lo volle impedire e gli fece presente la sua debolezza che non lo avrebbe lasciato reggersi in piedi, il danno maggiore cui questo sforzo avrebbe recato alla sua salute, egli aveva risposto con una fermezza che in lui non era molto abituale:
— Debbo far così — e lo voglio. Ho un gran dovere da compiere. Lo spirito mio protettore mi vi spinge e mi guida e mi sorregge. Esso mi darà la forza. Lasciatemi andare.
Nulla valse a rimuoverlo dalla sua volontà, e il marchese, che dovette acconsentirvi ancor egli, ottenutagli quella licenza, ch'ei desiderava, di visitare i condannati a morte, lo faceva condurre in carrozza fino alla porta della carcere. Per primo domandò vedere Stracciaferro. L'assassino, riempitosi a spavento di cibo e di bevanda, erasi addormentato e russava fragorosamente in una impostatura, con tutte le apparenze d'un uomo briaco morto.
Maurilio si fermò innanzi a lui a contemplarlo, ed una indicibile amarezza gli occupò con forza maggiore di prima l'animo addolorato. Che cosa c'era ancora d'umano, d'intelligente in quella massa di carne abbandonata soltanto agli istinti brutali, alle leggi della materia? Che faceva lo spirito immortale dentro quell'organismo degradato? E quello era suo padre! La fiamma di vita che ardeva in lui s'era accesa a quel focolare; da quel sangue era stato originato il germe ond'egli era prodotto, era carne di quella carne il corpo che ospitava la sua intelligenza, il suo pensiero. Se l'opera educativa di Don Venanzio non avesse cominciato dapprima a far entrare qualche po' di luce superiore nelle tenebre del suo cervello; se la fortuna non gli avesse messo a disposizione i libri del signor Defasi dove il suo spirito s'era affinato, afforzato, innalzato, avrebb'egli resistito alle infami seduzioni del carcere in cui l'avevano fatto precipitare, alle scellerate lusinghe di Graffigna, ai più scellerati consigli della miseria? Figlio di quell'assassino, sarebbe diventato come suo padre: ecco quello che la società avrebbe avuto di lui, se il destino alla tutela di lei soltanto l'avesse affidato.