Uno dei fratelli della misericordia che assistevano il condannato, non sapendo quali attinenze corressero fra questo giovane e l'assassino, attribuì a sola curiosità lo sguardo cui Maurilio fissava sull'addormentato prigioniero, e gli disse:
— Questa è proprio una bestiaccia senza lume di ragione: non ha fatto che mangiare a quattro ganascie, ingoiar vino e grugnire: non si è stati capaci nessuno di fargli pronunziare due parole che avessero senso.
Maurilio volse verso colui che gli aveva parlato la sua faccia di cadavere, e rispose mestamente:
— Egli è mio padre.
Il fratello della misericordia fu tanto confuso e mortificato che non seppe aggiunger sillaba: mandò un'esclamazione, e ritraendosi quasi nella sua gran cappa bianca, come se tutto volesse nascondervisi al par della lumaca nella sua conchiglia, si ridusse nell'angolo il più lontano che potè.
Maurilio contemplò ancora un istante suo padre addormentato. Su quella faccia ebriosa, color del mattone troppo cotto, non un'espressione, non un movimento che accennasse soltanto ad una morale sensibilità qualunque: i lineamenti fattisi vieppiù grossolani, che parevan gonfi, che si sarebbero potuti dire turgidi di vino, avevano una placidità stupida da animale bovino che sta ruminando: un respiro grave e romoroso, ma tranquillo e regolare, dinotava in quel quasi mostruoso ammasso di carne una straordinaria potenza di vita organica, materiale. Il nostro giovane guardava quella faccia, ascoltava quel respiro con cuore palpitante, con una ansia angosciosa: ardeva dal desiderio, e raccapricciava per paura d'interrogare quella sfinge imbestialita e di sentirla rispondere; di cercare in mezzo a quella corruzione, a quell'orrore, a quell'ignobile lezzo l'anima d'un padre. Allungò la mano per iscuoterlo ad una spalla, ma se ne trattenne.
— Perchè svegliarlo? si disse. Egli ora è tranquillo e non ha un pensiero che lo crucci: gode già tutti i benefizi della morte senza i dolori dell'agonia. Ch'io aspetti che la natura medesima o la necessità lo richiami al sentimento della sua condizione.
Abbandonò quella cella e domandò di essere introdotto presso Gian-Luigi.
CAPITOLO XXXII.
Il medichino s'era trovato a fronte all'ipocrisia gesuitica, colla fede sincera ma cieca e condannante la ragione; ora si trovava innanzi una credenza che si appoggiava del pari sopra le aspirazioni più nobili dell'anima umana e sopra le deduzioni del ragionamento, sostenuta dai misteriosi impulsi della natura e dalle verità scoperte dalla scienza moderna. Il grande intelletto di Maurilio, tutto questo aveva raccolto in una sintesi potente, e creatone l'edificio monumentale d'una grandiosa percezione dell'universo. Mai l'ingegno del figliuolo della plebe non era stato così eccitato nella forza della sua comprensione: mai la parola non aveva nel suo linguaggio così giusto e così vivamente tradotto il suo pensiero. Senza indugio, senza preamboli egli aveva affrontato il ponderoso argomento.