— Tu, non è guari, disse al condannato, sei venuto da me, per iniziarmi a certi tuoi concetti affine di conquistare insieme questo povero mondo terreno: io vengo da te in questi supremi istanti, per farti brillare quella luce dell'intelletto onde tu puoi conquistare il mondo dell'idea, del vero e dell'eterno.
Svolse senz'altro quelle sue teorie di cosmogonia del mondo invisibile, compagno ed anima del mondo materiale, quell'indefinito e forse infinito progresso dalla materia alla sensazione, dalla sensazione alla intelligenza, dall'intelligenza al sapere che forse non si arriverà mai, quel grandioso quadro dell'universo in cui la vita umana non è centro, non è principale, non è prova unica, nè definitiva, nè ultima, sibbene un lieve e fugace episodio, un passo, un grado, una fase di svolgimento, come il globo che ci sostiene è nel mondo astronomico non altro che un granello della sabbia infinita de' mondi seminati traverso lo spazio senza limite; svolse tutte quelle idee, insomma, che lo udimmo già adombrare nella prigione del Palazzo Madama al suo amico e compagno, Giovanni Selva, e che qui non si ripetono per evitare accrescimento di fastidio ai buoni lettori. Era tanto felice che poteva dirsi ispirato; le sue idee e il modo ond'erano espresse si presentavano di tal guisa da afferrare l'attenzione di qualunque, da vincergli la mente e scuotergli l'animo. La sua era in quel momento una vera eloquenza, dal cui fascino ogni intelligente doveva restar preso; parlava nello stesso tempo al cervello ed al cuore, trascinava la parte effettiva e convinceva la ragione dell'uomo. Le sue stesse sembianze, la sublime dignità che alla sua faccia volgare dava l'impronta della morte, cui già vi aveva impresso il morbo, quasi una preoccupazione del mondo superiore a cui era chiamato, il fulgore dell'anima traverso gli occhi, la voce cavernosa e pur vibrante con inesplicabile efficacia, tutto concorreva a dare alla sua intraducibile eloquenza una quasi irresistibil forza. Il sentimento della superiorità di quello spirito sopra il suo, sentimento che Gian-Luigi aveva pur sempre avuto in fondo all'animo, senza confessarlo a se stesso si spiccò più netto e più potente nel condannato e represse quella empia ironia onde aveva egli accolte le precedenti esortazioni religiose. In fra' Bonaventura era a parlargli l'interesse di dominazione umana che s'ammanta di religione e non fa capo che ad una superstizione che si vuole imposta allo spirito dell'uomo come freno e impedimento; in Don Venanzio era una sublime ignoranza affermativa alla quale ei credeva sovrastare per intelletto e per dignità l'audace negazione del suo orgoglio; ma qui era il genio con tutto l'ardore del suo intimo fuoco, con tutta l'azione e il prestigio della sua potenza, con tutto il peso e l'efficacia d'una vera scienza acquistata mercè lo studio e la meditazione. Gian-Luigi rimase sovraccolto, fu come sbalordito; gli parve che qualche cosa più che una ragione umana gli parlasse; ebbe primamente sentore d'una intelligenza superiore a quella onde si vantaggia l'uomo in questa vita. Quando Maurilio si tacque affranto dallo sforzo fatto pel lungo parlare, tornato nella sua primiera debolezza, anzi accresciutasi, accasciato come se la forza interiore che lo aveva sostenuto sino allora si fosse esaurita, o da lui dipartitasi, Gian-Luigi stette un istante immoto, in silenzio, gli occhi volti alla terra, pallido, le ciglia aggrottate, le guancie contratte dalla forza con cui l'intentività della sua meditazione gli faceva serrar le mascelle.
— Ebbene? diss'egli poi levando con moto brusco il capo, stringendo forte al petto le sue braccia incrociate, e saettando sul suo compagno d'infanzia uno sguardo in cui c'era un raggio quale forse non vi era mai brillalo per l'innanzi: che cosa conchiuderne a mio riguardo? che devo fare? che deve esser di me?
Maurilio così rispose:
— L'esistenza del nostro spirito immortale è un avvicendamento di vita organica quando unito colla densa materia, e di condizione immateriale, quando traverso la morte del corpo passa ad uno stadio di essere appena forse se cinto di fluidi imponderabili. Ogni vita organica ha da essere un travaglio in cui lo spirto si affina, ogni morte un salire nella scala del progresso indefinito. Chi manca alla sua missione, chi tradisce il suo debito rifarà forse e con più travagli il cammino. Nel periodo di esistenza oltre umana a cui stai presso, tu avrai da far provvista di forza morale per ricominciare forse con ancora più difficili condizioni la prova. Questa forza alla tua intelligenza già avanzata nel suo svolgimento te l'ha da concedere la luce della scienza dell'infinito a cui durante questo stadio che stai per finire, hai chiuso ostinatamente gli occhi. Sarà quello un lavorìo di perfezionamento a cui dovrai la capacità di riconoscere ed amare la virtù nella vita terrena avvenire; quel lavorìo cominciato fin d'ora sul limite di questa esistenza, e ne avrai tanto di guadagno nell'anima tua. Riconosci la legge suprema dell'universo; confessa l'intelligenza ultima verso cui camminano vacillando ed inciampando le deboli nostre; e credi in Dio.
Che fu? Qual raggio di fiamma divina come saetta penetrò nell'intimo di quel petto, squarciandolo? Il condannato era seduto, immobil sempre; a quelle ultime parole si riscosse come crollato da una mano potente, una ondata di rossore gli corse alle guancie ed un calore inesplicabile, subitaneo, invadendolo tutto, gli fece spuntare a goccioline sulla fronte il sudore; mandò un grido che pareva di dolore come uomo trafitto; sorse in piedi come per rispondere ad un subito appello a cui non si resiste.
— Dio! Dio! esclamò egli, cacciandosi le mani entro i capelli come un pazzo. L'infinito, l'assoluto, il vero, la realtà! Mistero, mistero che ho odiato, perchè non ti ho potuto stringere coll'audacia del mio pensiero, possedere coll'ansia desiosa dell'anima mia!.... Parlami nella mia debolezza, parlami nella mia impotenza, parlami nella morte.... Rivelami questa sostanza che non so capire nelle manifestazioni delle sue parvenze. Se il velo della carne mi offusca l'intelletto, mi fa ostacolo ai raggi del vero, sono lieto che tu me lo strappi. — Voglio contemplar la luce, dovessi consumare a quella fiamma il mio spirito, e distrurlo.... Dio! Dio! ti sento, e vo' comprenderti.
Ricadde come spossato. Maurilio rispettò col silenzio la stanchezza di quella crisi. Dopo un poco Gian-Luigi tese una mano al suo compagno d'infanzia, e disse modestamente:
— Credo alle tue parole, e ti ringrazio.
Stettero un pezzo seduti vicino, tenendosi per mano, discorrendo sotto voce soavemente. Quando la notte era già di molto inoltrata, Maurilio s'alzò per recarsi presso suo padre.