Maurilio sentì agghiacciarsi il sangue. Il condannato vide que' nuovi personaggi e si riscosse; fermò la sua attenzione su quell'uomo pallido, dalla faccia mesta, che teneva la corda in mano, e conobbe chi fosse ed a quale scopo venuto, perchè lo saettò di uno sguardo che pareva quello d'un infelice che tutto è invaso dal veleno della rabbia canina, e si drizzò di scatto, come per fuggire, o per opporre resistenza al fero atto che veniva a compiere presso di lui quel ministro della umana giustizia.

Il primo di quegli uomini che giungesse accosto al condannato fu il sacerdote.

— Coraggio! gli disse. Il momento fatale si appressa. Nulla più di bene o d'aiuto avete da sperare nella terra: rivolgetevi a Quel di lassù che accoglie ogni sincero pentimento, che perdona a qualunque peccatore a Lui di cuore si raccomandi.

Stracciaferro guardò il prete che gli parlava, mandò un grugnito soffocato, e dall'espressione di ferocia la sua faccia e il suo sguardo passarono a quella d'una stupidità bestiale che non capisce. Il fugace baleno d'intelligenza, che era corso nella sua mente ottusa, erasi già dileguato, ed egli ricaduto nella tenebra. L'uomo dalla corda gli si era accostato e dicevagli con voce sommessa e priva affatto d'ogni sonorità:

— Perdonatemi, fratello mio, se io vengo a compiere questo doloroso uffizio presso di voi; ma il mio dovere me lo comanda.

Ed alzò le mani e le braccia per fargli passare dal capo intorno al collo il laccio fatale.

Maurilio a quella vista mandò un gemito e fece un passo innanzi, senza sapere pur egli che si volesse fare.

— Lasciateci: gli disse il sacerdote arrestandolo: ora non tocca più che a me lo star presso a quell'infelice a compire il debito del mio ministero.

Maurilio si nascose la faccia tra le palme delle mani, e fu preso da un tremito universale. Il condannato aveva tentato levar le mani per allontanare da sè la corda che gli si alzava sul capo; ma la camicia di forza gli aveva impedito tal mossa; allora, come affranto di colpo, s'era lasciato ricader seduto colà dove stava dapprima, e non aveva mostro più che una completa apatia. Suo figlio, sollevando dalle mani il viso, lo vide colla ignominiosa corda pendente dal collo, il corpo accasciato in uno svigorito abbandono, e vicino a lui il prete che gli susurrava parole cui il misero non pareva udire nemmanco. Non resse a quella vista: uscì barcollando di quella cella, e sorreggendosi alla fredda parete umidiccia, venne lungo quei cupi corridoi in cui densa era la tenebra entro la quale appena parevan macchie rossigne i fumosi lucignoli di rade lanterne che stavano per ispegnersi. Aveva egli tracannato sino alla feccia del suo calice; aveva tutta consumata la sì gran parte dei dolori assegnati all'anima sua nella vita terrena; aveva il cuore infranto; sentiva esser compita la sua infelice giornata: camminava come il gladiatore antico che aveva ricevuto il colpo mortale e andava cercarsi un angolo nella sanguinosa arena, in cui sdraiarsi e morire.

Ad un tratto udì a pochi passi innanzi a sè un accorrer di gente, un susurro di persone, un agitato scambiarsi di domande, di risposte e d'interiezioni; vide un venire, un aggrupparsi, un muoversi irrequieto di lumi. Era giunto presso la cella in cui era stato posto a passare le ventiquattr'ore d'agonia il medichino. Maurilio non ebbe bisogno di chiedere che fosse avvenuto: le parole che udiva incrociarsi nel capannello raccoltosi sulla soglia di quella cella ebbero pure la forza di penetrare sino alla sua mente, richiamarne l'attenzione ed apprenderle la causa di quella emozione: il medichino era caduto a un tratto come colpito da un fulmine; la subita, misteriosa morte lo aveva salvato dal patibolo.