Fra' Bonaventura credette opportuno il momento di spacciare un'edizione delle sue solite esortazioni che teneva in pronto per queste circostanze: Gian-Luigi pareva ascoltarlo, ma in realtà non faceva al sermonante ned alle sue parole la menoma attenzione. Egli ravvolgeva nella sua bocca la mortifera pallottolina; era di gomma con entrovi una goccia di acido prussico; e intanto pensava:
— Appena morto io, se il mio spirito non muore, come mi sono indotto a credere, in quale condizione si troverà? Con quali attinenze ancora con questo mondo, colla materia, colla luce, collo spazio, col tempo?... Sì, questo è uno spaventevole abisso. Questa è tale curiosità che pure sgomenta... Esito forse?... Ho io forse paura?... No.... Perchè dunque mi trattengo innanzi a quell'attimo che deve tutto decidere, che deve lanciarmi nell'eternità?
Guardò la faccia grassa e rubiconda del gesuita, il quale, gli occhi a mezzo socchiusi, dipanava con una certa voluttà i periodi della sua eloquenza da predicatore.
— Appena costui interrompa la sua onda di parole per prender fiato, disse a se stesso sorridendo, morderò in questo chicco di morte.
Il sermonante non tardò a fare una piccola pausa necessaria ai suoi polmoni; e Gian-Luigi si tenne parola. S'udì un lieve rumore: quello della crosta di gomma rotta dai denti; e di botto la vita cessò come per incanto in quel corpo giovane, robusto, nella più ricca e piena espansione della sua vitalità. Non diede un grido, nè un gemito, nè nulla: cadde improvviso quant'era lungo; nè la menoma convulsione gli agitò le membra, gli contrasse i lineamenti. Padre Bonaventura, stupito, spaventato, si chinò sopra un cadavere.
— Ah! questa è l'opera del marchese: pensò egli, e da buon gesuita stimò opportuno consiglio tacere ed allontanarsi senz'altro.
La Zoe presso all'uscir della carcere vide appoggiato alla parete un uomo che pareva un'ombra; suo primo impulso fu passar ratta senza badargli; ma poi ravvisatasi gli si avvicinò. Stettero tuttedue l'uno innanzi all'altra, senza parlarsi, senza guardarsi, tremando. Fu la donna finalmente che ruppe il silenzio.
— Quello che tu hai fatto è infame; quello che mi hai obbligato a fare è infame. Questa infamia che per altri sarebbe cagione di odio e innalzerebbe fra loro una insuperabil barriera, noi invece accomuna. Ora ci siamo ritrovati e ci apparteniamo; tu hai da essere strumento per le mie passioni, come io fui per la tua. Ti servirò ancora, ma tu mi servirai... La mia passione ora è una vendetta... Mi aiuterai a compirla[4].
Barnaba non rispose parola; ma promise con uno sguardo. La cortigiana partì. Lungo le strade che ella percorse trovò già frequenti i gruppi de' curiosi che s'affrettavano prima di giorno a recarsi sul luogo dove avevano da essere giustiziati i rei. Senza sapere di avere questo voto scellerato comune con Nerone, la cortigiana desiderò poter tenere in una testa sola tutte le teste di quella folla crudele per ischiaffeggiarla e sputarle sul viso. Giunse sino in Piazza Castello che quasi non sapeva quale strada avesse percorsa e perchè fosse colà venuta. In fondo si drizzava in una massa scura l'imponente Palazzo reale. Zoe tutta la sua ira, tutto il suo odio, tutta la ferocia del suo dolore concentrò in un punto e volse ad una persona sola. Tese la destra stretta a pugno verso il Palazzo reale e disse coi denti serrati:
— Principe! Principe! Tu me la pagherai!