Sino al luogo in cui ella si trovava, pel queto aere della notte cui non rompeva ancora il menomo raggio dell'alba, venivano i lenti e gravi rintocchi della campana che suonava l'agonia degl'infelici che stavano per morire per mano del boia.

CAPITOLO XXXIII.

Maurilio sta sul suo letto di morte. La ragione della vita è cessata per lui. Ogni forza di vitalità in quegli ultimi così crudeli tormenti s'è affatto consunta. Egli non ha dimenticato Virginia. Domandò un colloquio al marchese, e perorò la causa dell'amore di lei. Alla forza de' suoi argomenti, al calore della sua eloquenza aggiungeva efficacia e solennità la sua morte che tutti vedevano vicina. Parlò della parte dell'aristocrazia nella nuova fase della civiltà che s'annunziava: quella che era stata sostenuta un giorno era irrimediabilmente finita: una nuova parte doveva la nobiltà assumersi, o perire come inutile, peggio che inutile, come inciampo. Bisognava quindi chiamasse a sè nuovi elementi, si risanguasse coll'operosità del ceto medio, si avvicinasse mercè l'intrammezzo della borghesia al gran serbatoio popolare. Il marchese, già proclive a siffatte idee, subì l'influsso dei ragionamenti e delle esortazioni del moribondo; diede la promessa, che, appena opportune le circostanze, non avrebbe contrastato al matrimonio di Virginia di Castelletto con Francesco Benda. Maurilio sapeva che una promessa del marchese era una immanchevole verità nell'avvenire.

Si ricordò di Gognino, del povero fanciullo da lui trovato una sera, piangente ed affamato, nel fango della strada, cui la sorte gli aveva menato innanzi per aggruppare e sciogliere il più rilevante episodio del dramma della sua vita, e col quale aveva comune non che il destino, ma il sangue. Abbandonato a sè, coll'educazione ch'ei poteva ricevere dalla sua nonna, la sorella di Stracciaferro, non era egli da temersi per sicuro che quel bambino sarebbe riuscito quale era stato Stracciaferro medesimo?

Maurilio lo raccomandò al marchese, il quale disse avrebbe tolto quell'infelice dalle unghie della vecchia, infame venditrice di abitini e di rosarii, e fattolo allevare un onest'uomo.

Tutti coloro che avevano avuto attinenza con lui, che in qualche modo gli erano stati cari o che lui avevano avuto caro, Maurilio volle ancora vedere: anche il signor Defasi, cui volle far noto non esser egli altrimenti il figliuolo della nobil dama, quale si era creduto un istante, ma quello dell'assassino, morto sul patibolo, quasi a togliere con ciò, o scemare almeno il rammarico che il buon libraio aveva tuttavia di averlo sospettato reo d'un delitto.

Pregò Don Venanzio gli conducesse eziandio la povera Margherita. La vecchia contadina, quando uscita dalla carcere in cui il suo diletto Giannino aspettava l'ora della morte, era vissuta in una specie di stupidimento che pareva insensibilità, ed era invece eccesso di spasimo, fino al mattino vegnente, pochi minuti prima che cominciasse i suoi rintocchi la campana dell'agonia. Allora s'era riscossa ed aveva tormentate colle mani convulse le sue chiome canute, come persona che risensi ad un tratto e si ricordi subitamente di cosa che prema oltre misura. Erasi sferrata dal luogo ove si trovava, ed era corsa alla carcere, appostatasi alla parete proprio dirimpetto alla porta e rimasta lì cogli occhi fissi su quella soglia fatale, immobile che forza nessuna sarebbe stata capace di trarla viva di là. Voleva vederlo ancora una volta, gettargli ancora un saluto ed un bacio mentre passava, fare che in mezzo ai ceffi ostili e curiosi che lo avrebbero con crudele avidità contemplato, trovasse almeno uno sguardo amoroso, una faccia benigna, un labbro che lo benediceva.

Quando le pesanti imposte s'aprirono, ed al dubbio lume d'un crepuscolo invernale appena incominciato, cominciarono ad uscirne gli sgherri di scorta, Margherita si aggrappò colle mani macilente alla parete della casa contro cui s'appoggiava, per non cadere, tanto fu il commovimento di tutto l'esser suo, vedendo due carri pesanti venir fuori dalla cupa vôlta del portone e scantonar nella strada. Oh con quale ardore fisse le sue pupille inaridite dal pianto sulle faccie di quegli sciagurati che, le braccia legate dietro le reni, stavano seduti in mezzo ai preti su quei carri sobbalzanti!... Ma nel primo il suo Giannino non c'era. Sarà dunque nell'altro. Drizzò, per dirla con Dante, tutto il nerbo della sua facoltà visiva su quel secondo carro che ad una certa distanza del primo veniva fuori dall'oscurità del portone alla luce grigiastra del mattino; — e neppure in esso non iscorse la bella figura del suo diletto. Stette attonita da principio, e non seppe neppur rallegrarsi. Non le venne idea nessuna a spiegare questo fatto. Credette non aver visto bene; quantunque sentisse impossibile che suo figlio essendoci, gli occhi suoi non l'avessero di presente trovato. Volle correre dietro i carri che s'allontanavano lentamente nello scuriccio della strada, per vederli anche una volta; ma la folla raccolta per vedere quello spettacolo ne la impedì. Ebbe dalle ciarle di quella folla, le quali si fecero alte e vive di subito, la conferma, ch'ella non s'era sbagliata, che aveva veduto bene, che il suo Giannino colà non era.

— E perchè non c'è il medichino? diceva la gente. Oh che non aveva da essere giustiziato anch'egli cogli altri questa mattina?

In un attimo corsero pel popolo colà raccolto le più varie novelle, venute fuori, come sempre avviene, non si sapeva d'onde nè come: — che il capo della cocca lo si serbava per un altro giorno: — che gli era stata fatta grazia: — che gli era fuggito; corse anche la voce della verità: — che gli era morto: — ma questa nessuno volle crederla.