Margherita, agitata, presa da una viva speranza, si slanciò verso la carcere a domandare di Gian-Luigi, a pregare glie lo si lasciasse vedere; ma, com'è facile immaginarsi, fu bruscamente respinta. Ben le fu detto anche colà che il capo della cocca era morto, ma ella ciò non credette meglio di quel che lo credesse il popolo. Ella ben lo aveva detto, non esser possibile che egli salisse il patibolo, che egli così giovane e bello dovesse morire. La ragione del salvamento di lui, ella non se la spiegava, non la cercava neppure: fosse anche intravvenuto un miracolo visibile ad effettuare la sua speranza, ella non si sarebbe menomamente stupita. Il fatto verificava il suo istintivo indovinamento: ecco tutto. E siccome le più assurde dicerie correvano per la plebe sul conto della scomparsa del medichino, e sulla mancanza di lui alla orribil festa che la giustizia umana aveva preparata alla sua crudeltà, Margherita accettava tutte per vere quelle che conchiudevano alla salute di quel personaggio diventato di botto misterioso e leggendario.

Anche presso l'infimo volgo erasi sparso delle relazioni che il medichino aveva con nobili e potenti famiglie; qualche cosa era trapelato eziandio, e chi potrebbe dirne mai il come? circa la origine di lui, che si attribuiva ad un alto e potente casato; volevasi ad ogni costo che misteriosi ed illustri protettori lo avessero sottratto e per nasconder meglio la cosa si facesse spargere la notizia della morte di lui. Il popolo che, vedendolo menare al supplizio, avrebbe forse manifestato per quello strano individuo la più viva simpatia, ora vedendoselo mancare alla sua sanguinaria voluttà di feroci emozioni, tumultuò di guisa che fu necessario l'accorrere dei soldati a disperdere la riotta intorno alla carcere. Ma questa per lei felice illusione salvò la povera Margherita dal morir disperata.

Quando fu introdotta presso il letto dove moriva Maurilio, la vecchia contadina, senza voler parlar d'altro, si chinò all'orecchio del giacente, e con un sorriso mezzo da scemo, gli disse piano all'orecchio:

— So che vive... Zitto!... Non si de' sapere..... Non lo dirò a nessuno, sta certo; ma fra noi ce lo possiam dire... Andrà lontano, lontano, neh?... Forse ci è già ito... Io non lo vedrò più sulla terra. (Si asciugò una lagrima). Capisco che dev'esser così... e pazienza!... Tu lo vedrai ancora, non è vero?... Digli che si ricordi di me... E poi quando verrai al villaggio alcuna volta..... Guarirai, e ci verrai certo... mi recherai le sue novelle... Intanto dàgli ancora un bacio per parte mia.

Baciò il moribondo colle sue labbra secche ed avvizzite.

— Ecco, io non ho più nulla da dirti: soggiunse poi con aria ed accento vieppiù da dissensato; posso andarmene, e me ne vado al mio paese. Non ho più nulla da far qui, in mezzo a questo rumore che mi toglie la povera mia vecchia testa..... Vado al villaggio... Ma ch'ei non si dimentichi la vecchia Margherita che lo ha allattato... La sua vera madre, l'unica sua madre sono stata io.

Tornata al villaggio, il marchese provvide ad ogni suo bisogno; ma ella non visse a lungo. Si trascinò due anni, senza quasi parlare altrui, dalla sua misera casipola alla chiesa, e morì ancora con quella illusione sul conto del suo Giannino; illusione cui lo stesso Don Venanzio non ebbe coraggio di distrurre, credendola una pietà della Provvidenza verso quell'infelice.

Maurilio era caduto in un assopimento che già pareva la morte: il medico aveva detto che da quello non si sarebbe ridesto più, ma insensibilmente passato nel sonno eterno. Intorno a lui stavano mesti e raccolti e lo contemplavano con amore gli amici suoi: Giovanni Selva, Antonio Vanardi, Romualdo, anche Mario Tiburzio, del quale il morente aveva chiesto eziandio: il marchese si teneva dritto, nella sua mossa nobilmente severa, da un lato del letto, e sulla sua bella fisionomia dignitosa di vecchio, era una mestizia forse uguale a quella dei giovani amici del morente. Maggiore d'ogni altro era il dolore che appariva sulla faccia di Don Venanzio, il quale sedeva dall'altra parte del letto e teneva fra le sue una delle mani abbandonate del moribondo. Gli occhi sempre così miti e sereni del vecchio sacerdote erano pieni di lagrime, ed oltre quelle lagrime avevano una desolazione, quale non vi era apparsa ancora mai, in tutte le traversie che pure aveva egli passate nella vita.

Quei due giovani egli aveva amati come figli; si era tanto tempo compiaciuto in essi, svolgendone la rara intelligenza; aveva deplorato i traviamenti del loro pensiero, ma sperato sempre che li avrebbe un giorno ricondotti sulla retta via segnata dalla Chiesa di cui egli era membro e stromento, dalla religione di cui era ministro. Ora ambedue, sul fiore dell'età, gli venivano tolti e crudelmente tanto! e lasciando in lui tanto terrore della sorte loro futura, che appena se giungeva a calmarlo l'immensa idea ch'egli aveva della clemenza di Dio.

Maurilio giaceva supino, gli occhi e le labbra chiusi. I suoi nerissimi capelli, dritti e scarmigliati sul guanciale candidissimo, gli facevano una corona che pareva di spine alla fronte vasta, dalle ossa protuberanti, che sembrava imbiancatasi, che avreste detto lucente d'una misteriosa fosforescenza. In quei supremi istanti i suoi lineamenti grossolani avevano presa un'espressione di nobiltà di cui li avreste creduti incapaci dapprima; la sua fisionomia trasformata aveva assunta una nuova, una strana, inesplicabile, inesprimibile bellezza che non era quella della misera forma umana, che anche uno scettico avrebbe detta superiore alla terrena.