Finalmente l'uscio s'aprì, ed entrò una balia assonnata, con aria di cattivo umore, e fra le braccia, serrato nel portabimbi, un fantolino di pochi giorni che gemicolava ancor esso, quasi alla pari di sua madre nell'agonìa.

Gli occhî di quest'ultima s'illuminarono d'un lampo di vita. La misera fece uno sforzo per tirarsi su della persona, per sollevare le braccia e tenderle al bambino; ma non potè nè l'una cosa, nè l'altra; il capo le ripiombò sul cuscino, le braccia sulle coltri.

La monaca prese il bambino dalla nutrice, e venne a porlo sotto gli occhî della madre. Era un bimbo miseruzzo, piccino, piccino, cogli occhî rinchiusi, la pelle tutta grinze, la carnagione gialliccia; e non cessava quel gemicolìo, che rivelava un continuo malessere.

La moribonda balbettò con accento d'immenso desiderio:

—Baciarlo!

La suora di carità pose presso le labbra della morente il visino patito del bimbo.

—Oh, figlio mio! susurrò la madre infelice. Lasciarti… in mano di… O Dio pietoso!… Lo raccomando… Preghi…

Un ultimo sguardo supplicante rivolse alla monaca; le labbra cessarono di baciare e di parlare; una lieve contrazione corse per tutto il corpo della poveretta e con un sospiro il capo si reclinò sulla spalla.

La monaca porse il bambino alla balia.

—Prendete, portatelo di là… Questo innocente non ha più madre!