Cesare s'affrettò a raggiungere il cognato che già stava aspettando al pilone. A tutta prima Alberto non trovò obiezioni da fare alle proposte dell'avversario, e parve anche a lui che quello della dichiarazione fosse un prudentissimo partito per tenere nascosto alla gente il dramma domestico, per togliere dalle peste il superstite dei duellanti. Ma dove andare a scriverla quella dichiarazione? A casa no, perchè sarebbe andato incontro a quella scena di separazione straziante da Matilde, ch'egli voleva assolutamente evitare. La casa più vicina, di cui si potesse prevalere, era quella del parroco: Alberto decise di correre colà a preparare il documento.

—Tu rimani qui, disse al cognato. Spero fare in tempo da tornarmene prima che quell'altro arrivi; ma se mai dovessi tardare, tu sarai qui a spiegargli la mia assenza e assicurarlo che non avrà molto da attendere.

Così fu fatto. Cesare rimase di sentinella al pilone, e Alberto s'avviò di buon passo verso la casa del parroco. Giunto colà, dovette aspettare un poco prima che la serva, allor allora alzatasi, venisse ad aprirgli; poi, quando fu venuta, fatte le cento meraviglie per quella visita così mattutina, la buona donna disse che il suo padrone era ancora a letto, anzi ella credeva dormisse, ma che il signor Nori avesse la bontà d'aspettare, ed ella sarebbe andata tosto ad avvertire il padrone, svegliandolo, se occorreva. Alberto non ebbe poco a dire per farle comprendere che era inutile svegliare il sor prevosto, al quale egli non aveva nulla da comunicare, che desiderava solamente avere un pezzo di carta, penna e calamajo per iscrivere quattro righe per una certa sua bisogna di premura, la qual cosa egli avrebbe potuto fare senza disturbare nessun altro, quando essa, la serva, lo introducesse un momento nello studiolo del padrone.

Era quindi passato più d'un quarto d'ora, quando Alberto potè sedere alla scrivanìa parrocchiale e cominciare a scrivere: ma rileggendo così più attentamente, come richiede l'azione del ricopiare, quella dichiarazione, Alberto non la trovò più così accettabile, anzi gli parve che e la scritta in sè stessa, e i termini in cui era redatta, non convenissero affatto.

—Tutti sanno la felicità di cui godo, pensò, tutti conoscono l'amore, la pace che regnano nella mia famiglia, le fortunate condizioni che ci permettono un'agiata esistenza. Quali ragioni particolari potrei avere da odiare la vita che tanto mi sorride? O non sarò creduto, o si giudicherà, che questa mia felicità è un inganno e che io la smaschero colla più orribile smentita. Getterò ancora una nota di biasimo alla mia adorata Matilde, agli adorati figli miei. Insieme al crudele dolore che cagionerò loro, lascerò ad essi per ultimo addio un rimprovero che procurerà a quei cuori amorosi un immeritato rimorso. E ciò per salvare dagli impicci quel miserabile? Oh, no, mai, mai!

S'alzò risoluto, stracciò in minutissimi pezzi e il foglio che gli aveva rimesso Cesare e quello che egli aveva già scritto, e fece per partire: ma ecco sulla soglia dello studiolo medesimo fermarlo, sopraggiungendo, il parroco.

Alla serva era parso un troppo gran fallo lo avere introdotto in casa un signore di quella sorte e non avvisarne il padrone, cui ella sapeva aver tanta deferenza per quel signore: e il parroco s'era affrettato a vestirsi per correr giù a complimentare il mattiniero suo parrocchiano e offrirgli i suoi servigî. Alberto dovette impiegare dieci buoni minuti per dire al buon prete quel ch'era venuto a fare e che aveva già fatto e per cui lo ringraziava, e se ne partiva senz'altro, avendo un affare di premura da sbrigare. Ma sì! Alla virtù capitale del parroco pareva una colpa il lasciare partire il signor Nori così a bocca asciutta: ed ecco offrirgli caffè e rosolî e ogni fatta di bibite, e ripetere e trattenerlo con quell'insistenza che dai campagnuoli è creduto debito di cortesia, così che quando Alberto potè liberarsene e lasciare la canonica, guardato l'orologio, vide che le sei e mezza erano passate da cinque minuti.

Corse al luogo del convegno e respirò vedendovi Cesare solo. Emilio non s'era ancora veduto.

—Or bene, va tosto da lui, disse Alberto affrettatamente al cognato, e digli che della sua dichiarazione io non ne voglio assolutamente sapere. Preferisco andare a battermi in Isvizzera. E riportagli la sua rivoltella, che non me ne voglio servire. Ne ho una anch'io di sei colpi, e preferisco d'usare la mia. Va, e fa presto; ti aspetto sempre qui.

Cesare partì di buon passo e Alberto si diede a passeggiare su e giù dal pilone al ponte, trovando eterni i minuti che passavano. E ce ne passarono in verità molti più di quello che Alberto si aspettasse, tanto che l'orologio, dicendogli trascorsa omai mezz'ora, smarrita la pazienza, egli stava per abbandonare il posto e andare a vedere che cosa fosse successo, quando vide Cesare che tornava correndo: ma egli era solo.