I Danzàno padre e figlio, udita appena la notizia della morte di Lorenzo, erano accorsi presso l'orfano figliuolo, e avevano voluto condurselo con sè, per torlo alla dolorosa vista delle funebri cerimonie. Avevano trovato Emilio immerso in una tacita cupezza quasi distratta che parve loro un profondo accoramento. Nessun argomento, nè preghiera aveva potuto smuoverlo dal proposito di non abbandonare la casa. Nel momento, così terribile, quando si è perduta una persona cara, del trasporto del cadavere, Cesare venne per sollevare colla sua compagnìa all'orbato figliuolo la crudeltà di quell'eterno distacco; ma Emilio avevagli detto, con una risolutezza da sconsigliare ogni replica, che preferiva esser solo, che ne aveva bisogno; e il cugino se n'era andato ammirando quel figliuolo dall'animo così forte, la potenza di un tanto dolore per un padre che sempre lo aveva maltrattato. Emilio, rinchiusosi solo in casa, mentre Marianna, tutta in lagrime, accompagnava sino al cimitero la salma del padrone, prese le chiavi di suo padre ed esaminò accuratamente i forzieri, la scrivanìa, i cassettoni, i mobili tutti della camera del morto, in cui vedevasi ancora disfatto il letto. A mano a mano ch'egli procedeva in questo esame, il suo viso giallognolo prendeva un'espressione sempre crescente di disappunto, di rabbia, da ultimo quasi di furore. Strinse i pugni, minacciò nell'aria qualche persona lontana, bestemmiò; poi a un tratto con passo risoluto andò nella camera di Marianna. L'uscio n'era chiuso a chiave. Emilio stette un momento esitante colla mano sulla gruccia della serratura; pensava se gli convenisse scassinare quella porta. Si risolvette pel no: tornò in camera sua a capo basso, ma colla impronta dei più nequitosi propositi nei contratti lineamenti del viso.
Passarono due giorni, in cui Emilio sfuggì accuratamente la presenza di Marianna; il che gli fu facile, perchè anche la donna da parte sua non aveva una gran voglia di trovarsi con lui. La mattina del terzo giorno dopo i funerali del padre, Emilio con qualche pretesto mandò fuor di casa la persona di servizio e rimase solo nel quartiere con Marianna: dalla soglia della sua camera egli chiamò forte la vecchia, la quale, o non udisse o non volesse udire, non si fece viva. Il giovane ripetè la chiamata con tal voce e una bestemmia che la donna, atterrita, si affrettò a venir fuori.
—Che cosa c'è? domandò con qualche apprensione.
—Venite qui, rispose burbero l'erede di Lorenzo, chè abbiamo da discorrere.
Marianna col passo pesante s'avviò lenta e di mala voglia verso la camera del giovane. Questi la fece entrare, e dietro lei chiuse l'uscio; la qual cosa non piacque di molto alla donna, che guardò inquieta tutt'intorno, come cercando un'altra uscita da potere scappare: ma non ce n'era.
Emilio entrò subito in argomento.
—Ho visitato cassa, scrigno, canterani, scrivanìa e non ho trovato nè carte di valore, nè crediti, nè denari, sì invece delle obbigazioni di debiti, delle note da pagare. Parte dei beni è venduta; i restanti sono gravati da ipoteche… L'eredità paterna, per me, invece della ricchezza, non mi porterebbe che fastidî e penuria.
Marianna fece una faccia compunta, e con voce che voleva parere afflitta e commossa, rispose:
—Ah, caro il mio ragazzo, so troppo bene che tuo padre…
Ma Emilio la interruppe bruscamente.