Egli la respinse con un forte pugno nel petto.
—Non vuoi darmela quella chiave?… Ebbene, io ne farò senza.
E approfittando dello sbalordimento prodotto nella vecchia dal colpo ricevuto, egli fu all'uscio, lo aprì in tutta fretta, e stava per isgusciar fuori. Marianna accorse, s'aggrappò a lui, lo strinse, lo graffiò, lo morse, soffiando, gemendo, imprecando, gridando; fu un'ignobile lotta, che l'uomo finì per vincere, liberandosi dalla stretta di quella furia e ricacciandola vivamente entro la stanza. La vecchia andò a cadere lunga e distesa sul pavimento, e il giovane, uscito sollecito, la rinchiuse dentro a giro di chiave.
Marianna rimase un poco immobile, mezzo svenuta, poi, risensando di colpo e pensando a quello che poteva succedere nella sua camera, sorse con impeto, si gettò contro l'uscio percotendolo, tentando staccarne la serratura, gridando ajuto, soccorso, piangendo, bestemmiando, arrovesciandosi le unghie, scorticandosi le mani, poi stracciandosi i capelli nella disperazione della sua impotenza. Nessuno accorse alle sue grida, ai suoi clamori: e, stanca, senza più voce, senza forze, la meschina dovette, dopo forse un'ora e più, acchetarsi, divorata dalla rabbia, dall'odio, dalla paura. Dopo quella prima di furore, di spasimo, di tormentosa angoscia, passarono altre ore, che la disgraziata non seppe numerare, che le parvero eterne, ma che furono penosissime tutte, e vennero frangendola, macerandola, limandone la vita. Nella sua testa era un tumulto. Che cosa fare per salvare la sua roba? Correre subito a denunciare il latrocinio al procuratore del re? Ma se Emilio accusasse lei a sua volta? Ben sapeva essa come tutti l'odiassero e in casa e fuori di casa; quanti avevano avuto e avevano attinenza colla famiglia sarebbero stati testimonî a carico di lei. Ma si sarebbe vendicata, anzi ricattata. Oh! se Emilio avesse osato!… Avrebbe trovato ben essa il modo di fargliela pagare: accarezzò senza orrore anche l'idea d'un delitto… Ma no, Emilio non avrebbe osato; egli aveva voluto spaventarla, sarebbe tornato ad assalirla, a minacciarla, ma essa non avrebbe ceduto a nessun patto. E intanto, appena avesse potuto uscire, ella avrebbe portato fuori di casa i titoli, li avrebbe affidati all'agente di cambio, depositati presso una banca, posti in qualsiasi modo al sicuro. L'importante, il necessario, l'urgente era di uscire di là… Uscire, uscire!… Il giorno passava e non si veniva a liberarla; si provò a chiamare di nuovo all'uscio, ma le sue mani non avevano più forza: ricascava, accasciata, sempre più smarrita d'animo.
Sopravvenne la notte; l'oscurità si fece tormentosamente paurosa per quella disgraziata che nelle tenebre credeva vedere, udire terribili fantasmi e voci, e sentiva l'anima sempre più gravata da un'indicibile oppressura. La realtà, anche la peggiore, parevale da preferirsi a quello stato d'angoscia nell'oscurità e nel silenzio che la circondavano. Mancavale il respiro, la testa le tenzonava, dicevasi con ispavento: «Io sto per morire qua sola come un cane». A un tratto udì lo scricchiolìo della chiave nella serratura e il rumore dei battenti dell'uscio che venivano spalancati: non vide nessuno, nessuno le parlò.
Volle alzarsi di scatto e correre alla porta, ma le forze le mancarono. Sorse a stento, camminò trascinandosi: la pinguedine le pesava ora come una cappa di piombo. Andò a tastoni fuor della camera; entrò a tastoni nella sua; colle mani tese innanzi si diresse verso il cassettone, ci arrivò, lo toccò tremando; il cassetto era aperto, e le mani frementi affondatevi trovarono il vuoto. La disgraziata non ebbe nemmeno più la forza di mandare un grido; non fu che un gemito ad uscire dalle sue labbra. Un tonfo sordo per terra annunziò che la infelice era caduta lunga e distesa. Due giorni dopo sotterravano anche lei, morta d'un colpo apoplettico.
Emilio Lograve, diventato ricco ad un tratto, mostrò di saper godere dei suoi denari senza sciuparli e senza lasciarsene mangiare. Abbandonò l'alloggio paterno, e prese un allegro quartierino in una delle più belle case della parte più nuova ed elegante della città; lo arredò con gusto senza eccedere nello sfarzo. Si provvide di due cavalli che potevano servire da tiro e da sella, frequentò feste, conviti e teatri. Ebbe numerosi duelli nei quali diede sempre prova della sua invincibile superiorità nel trattare le armi; fu temuto e quindi rispettato in società: non ebbe amici e non ne cercò; dal cugino Cesare in fuori, sul quale conservava e anzi veniva accrescendo quell'autorità, quell'influenza che gli aveva posto addosso fin dalle prime prove del suo coraggioso sangue freddo nel pericolo e della sua abilità di armeggiatore. Una sola casa frequentava Emilio, ed era quella dei Danzàno. Al padrino erano dispiaciuti e dispiacevano i diportamenti da accattabrighe del figlioccio; e severamente aveva rimbrottato Cesare che in quasi tutti gli scontri era stato testimonio e padrino di Emilio; ma questi sapeva trovare sì speciose ragioni per difendere sè stesso e scusare il cugino, che il vecchio Danzàno finiva per tacersi, non persuaso, ma vinto.
—La natura, diceva il giovane Lograve, non ha voluto darmi nessun vantaggio nel mondo; non mi ha fatto bello, nè potente per nascita, neppur forte di muscoli; mi ha fatto per essere zimbello e vittima di tutti, se io non sapessi col coraggio e coll'ingegno difendermi. Nella vita mondana ha pur luogo una lotta nella quale colui che ha la debolezza della pecora è divorato dal lupo, che è il dileggio, il ridicolo e il disprezzo. Preferirebbe lei, caro padrino, di vedermi il bersaglio dei motti arguti dei bellimbusti, pascolo alla malignità delle signore? Quando sarà bene accertato, ben conosciuto da tutti, che un epigramma sulla mia trista figura, o sulla fama di mio nonno, o sulla vita di mio padre, frutta una buona palla di pistola, o due dita di lama in qualche parte del corpo, io sarò sicuro di poter presentare la mia brutta faccia in mezzo alle più belle signore, ai crocchî più eleganti, senza ch'essa susciti pure una smorfia… Quanto a Cesare, egli fa anzi tutto opera da buon amico e da buon parente, assistendomi, mi presta un gran servizio curando coi più delicati riguardi l'interesse del mio onore, e può inoltre, con prudenti avvisi, concorrere a rendere meno gravi le conseguenze delle sfide che mi sono fatte: perchè, badi bene, caro padrino, che, salvo casi rarissimi, sono sempre stato io lo sfidato dai miei avversarî.
Ed era il vero; ma era il vero altresì che quando Emilio Lograve voleva cimentarsi con qualcheduno, sapeva così accortamente provocarlo, tormentarlo, inasprirlo, che per finirla onorevolmente quell'altro credevasi obbligato a chiamare il suo persecutore sul terreno.
Il signor Danzàno opponeva che quei duelli erano già stati ormai tanti da bastare all'uopo che Emilio diceva; e, quanto all'intervento di Cesare, notava non apparire esso troppo efficace a rendere meno funeste le conseguenze degli scontri, perchè ognuno di essi aveva sempre procurato agli avversarî del figlioccio qualche ferita più o meno grave. Del resto un certo effetto sull'animo del severo padre di Cesare lo producevano pure la meravigliosa abilità, il valore e le continue vittorie del figlioccio, il quale presso il padrino sapeva eziandìo, in parole, apparir mite, modesto, buono.