Aveva così il vecchio Danzàno posto un po' d'affezione per quel giovane cui ricordava la povera di lui madre, morendo, aver voluto raccomandargli, a quanto gli aveva detto la monaca che aveva assistito a quell'agonìa; lo aveva compianto vittima della trascuranza, peggio, del disamore e dei vizî del padre; e si lasciava illudere dalla ipocrisia dei discorsi di quel soppiattone.

Chi non se ne lasciava ingannare era Matilde, divenuta un fior di ragazza. Bella essa era davvero e più che mediocremente: ma più ancora della bellezza poteva in lei una grazia, un incanto, un non so che, onde ne veniva ad ogni suo atto e movenza, ad ogni parola e sorriso e sguardo, tale seduzione che impossibile non rimanerne vinti. Nè questa grazia era menomamente intinta d'artificio e di civetterìa; si accompagnava colla più ingenua semplicità e modestia, e riusciva di tanto più cara ed efficace: conquideva i giovani, s'ingraziava i vecchî, vinceva persino la gelosìa e l'invidia delle donne. Una malìa speciale poi era nella voce soave, melodiosa, insinuante, che alle cose dette, sempre giuste, e ingegnose, e gentili, dava un pregio, un rilievo, un'efficacia inesprimibile.

A subire tal fascino era stato de' primi Emilio; e lo aveva provato potente fin da principio e lo sentiva crescere ogni giorno più e con sempre maggior forza. Quella stessa ripulsione che la fanciulla aveva per lui, ch'egli sentiva e cui essa non si curava molto di nascondere; quella stessa ripulsione era come una provocazione, un irritamento all'animo, al cervello, all'amor proprio, ai sensi di Emilio: il quale con rabbia si accorgeva che la imagine della sprezzante cuginetta era giorno e notte presente al suo pensiero, che ne occupava le sue fantasticaggini, che gli compariva ne' sogni, che gli aveva stampato, per così dire, nella polpa cerebrale quel suo sorrisetto così buono per altri, così malizioso, ironico per lui, sempre così affascinante. Una vera ossessione! Di pronunciare pure una parola che svelasse a Matilde i suoi sentimenti per lei, non aveva l'ardire, e nemmeno, quei sentimenti, di lasciarli apparire dal contegno, dagli sguardi; essa gl'inspirava sempre una suggezione cui non poteva vincere quando si trovava sotto il raggio di quei limpidi occhî. Ma egli era terribilmente, dolorosamente geloso di quanti accostassero la ragazza e paressero non tornarle sgraditi. Avido d'un tesoro, di cui temeva pur troppo non avrebbe potuto mai impadronirsi, non voleva, si struggeva dalla rabbia al solo pensiero che altri potesse toccarlo.

Una sera a teatro, dove egli era andato a far visita in palchetto alle Danzàno madre e figlia, Emilio s'accorse che un giovane dalla platea fissava con insistenza il suo sguardo ammiratore sulla bellezza di Matilde, la quale pareva non accorgersene affatto. Era un bel giovane di aspetto nobile e piacente, con espressione di risoluzione e di franchezza segnata in fronte—una fronte piana ed aperta da una cicatrice verso la tempia destra. Naturalmente Emilio lo trovò subito antipatico, e si pose a guardarlo a sua volta, con occhio tutt'altro che benigno; e guardandolo, s'accorse che quella non era una figura affatto sconosciuta, che l'aveva già vista altre volte; finchè a un tratto balzò nella sua memoria l'imagine di quel suo compagno di collegio, più forte degli altri, che a lui aveva dato parecchie volte le pacche, e dal quale egli s'era vendicato di poi con quella brava sassata sulla testa.

Sicuro! Era proprio quel tale; e quella cicatrice che riusciva a dare un certo interessamento alla elegante di lui fisionomia, era il segno appunto della ferita fattagli dal sasso lanciato da Emilio.

Questa scoperta rese ancora più spiacevole la figura di quel giovane al cugino di Matilde, il quale, non sapendo dissimulare il suo dispetto, colla imprudenza della gelosìa, domandò alla fanciulla in tono sprezzante:

—Conosci forse quell'imbecille laggiù che da un'ora ti sta divorando cogli occhî e col cannocchiale?

Matilde fece guizzare di traverso uno sguardo verso il giovane, e rispose freddamente:

—Non lo conosco, ma a vederlo non si direbbe un imbecille.

—Te lo dico io, soggiunse Emilio imbizzito: io che lo conosco bene, perchè è stato mio compagno di collegio.