—Bravo! gli disse con un sogghigno. Hai saputo bene tener lontano il
Nori da Matilde.

—Che vuoi? Matilde era impegnata… io non ho voluto fare scandali.

—Hai ragione, hai ragione! disse Emilio, il cui labbro scolorato si assottigliava sotto l'impressione dell'ira repressa.

Il valzer era finito. Emilio traendosi seco Cesare venne ad appostarsi a pochi passi dal Nori che stava discorrendo con Matilde e colla madre di lei. Si mise a parlare vivamente col cugino, dando a quel suo satanico sogghigno la più maligna espressione e fissando instintivamente uno sguardo maligno del pari su Alberto Nori: questi sentì quello sguardo pesare su di sè; si volse, vide i due e capì che parlavano di lui; se ne avesse dubitato, ne lo avrebbe chiarito il suo nome che udì pronunciato da Lograve. Turbato, offeso da quel contegno, Alberto si congedò dalle signore Danzàno e venne accostandosi ai due giovani. Emilio lo lasciò venire fino alla distanza di due passi, e poi, quando già l'altro cominciava un saluto, girò sui tacchi e s'allontanò guardando in aria.

—Lograve! chiamò vibratamente Alberto che sentì il sangue salirgli alla faccia; ma Emilio non se ne diede per inteso, e continuò ad allontanarsi. Non fece un movimento per corrergli dietro, ma si trattenne e si volse a Cesare.

—Che cos'ha meco Lograve?

—Ma! che ne so io? rispose freddo freddo il fratello di Matilde.

—Sì, che lo deve sapere: ribattè con qualche risentimento Alberto, perchè dianzi Lograve le parlava di me… Oh! l'ho ben visto… Che cosa le diceva? Ho pure il diritto di saperlo.

—Io non so se lei abbia questo diritto: ma so bene che io non ho il dovere di parlarne… e non dirò nulla.

—Ha ragione… Andrò a domandarlo a Lograve medesimo: e spero bene che non avrà sempre il coraggio di sfuggire, come ha fatto adesso.