—Dei sigari che mancano.
—Oh! ce ne mancano?… Io non so nulla: io non ho manco mai visto che lì dentro ci fossero dei sigari.
Cesare stava per montare in collera.
—È vero, saltò su Emilio: Battista non ne sa nulla, e non ne può nulla, perchè quei sigari sono io che te li ho presi.
—Tu!
—Ne sono rimasto senza; me no son fatta una piccola provvista, che ti restituirò alla prima occasione.
—Va bene, va bene: non parliamone più.
Battista guardò Emilio coll'aria stupita e quasi spaventata, che avrebbe avuto vedendo qualche mostro meraviglioso e arrossì leggermente sotto le lentiggini della sua carnagione: poi girò vivamente sui tacchi e uscì sollecito, forse per andare a meditare intorno a quell'indovinello, di cui non gli si presentava subito la soluzione.
Emilio aveva ammirato la franchezza di menzogna in Battista che, come non aveva scrupoli a rubare i sigari, poteva, per interesse, non averne nemmeno per altre azioni od omissioni. Da quel giorno ogni qual volta s'incontravano il signor Lograve e il servo Battista, quegli aveva un sorriso di compiacenza protettrice, quasi di segreta intelligenza, e questi abbassava gli occhî e tirava dritto a capo chino. Vi era quasi una tacita complicità fra quei due, e il servo sentiva come se l'amico dei suoi padroni gli avesse lanciato nelle carni un uncino e lo tenesse per esso, e anzi questo uncino penetrasse ogni giorno più addentro. Emilio trattava quel servo coi modi più amorevoli e generosi; lo chiamava suo caro, aveva sempre un elogio da fargli, e prendeva ogni menoma occasione per dargli delle buone mancie, a lui e a Lisa la cameriera.
Un giorno, venuto a fargli una commissione da parte di Cesare, Battista trovò il signor Lograve in un lungo corridojo della sua abitazione, ch'egli aveva ridotto a tiro a segno, dove ogni giorno si esercitava per delle ore colla pistola da sala.