Il colonnello Anviti, da quel prudente e accorto cortigiano ch’egli era, capì che il momento di ritirarsi era venuto. Si fece innanzi di due passi verso il duca, s’inchinò profondamente e disse:
— Io non voglio perdere neppure un minuto di tempo, Altezza, per mettere in sodo quello che può esserci di vero nelle fatte rivelazioni. Corro in questo punto medesimo dal direttore della Polizia.
— Sicuro! Bravissimo! — gridò ridendo sguaiatamente il principe. — Vai, vai... Il tuo zelo, Anviti, non fu mai così opportuno.
Il colonnello fece un altro inchino profondissimo, salutò la donna che gli corrispose appena con un legger cenno di testa e sparì per l’uscio che metteva nell’antisala.
Il duca e la Zoe rimasero fronte a fronte.
— A noi due! — disse la donna fra sè, avvolgendo il principe in uno di quei suoi sguardi fieri e terribili.
Carlo di Borbone si avvicinò alla donna, le braccia tese e un sorriso da satiro sul volto.
— Ora, Zoe, siamo soli, e non ti darai più nessun’aria da Lucrezia Romana.
La donna fece un gesto nobilissimo colla mano per tenere a distanza l’audace uomo: un gesto così nobile e di effetto che il principe medesimo ne rimase un momento colpito e s’arrestò.
— Altezza! — ella cominciò con una intonazione di voce che ogni più valente attrice le avrebbe invidiata. C’era mestizia e risoluzione, preghiera e severità, dignitosa fiducia e insieme coscienza e sicurezza d’un’intima forza. — Altezza! Ella non trova più in me la donna d’un tempo. Quella che Lei ha conosciuta, quell’infelice è morta; la creatura che ora ha l’onore di starle dinanzi, conosce, sa e vuole scrupolosamente conservare e difendere la sua dignità, la sua onestà, i suoi doveri, l’anima sua rinobilitata e il suo cuore.