La donna non si era mossa: guardava sempre il duca con quello sguardo penetrativo e quel sorriso leggermente schernitore. Carlo III travide quello sguardo e quel sorriso, benchè tosto sparissero, appena egli volse gli occhi verso di lei; ruppe in una risata e gettando in aria la lettera del principe K. e poi cogliendola al volo con una sferzata del suo scudiscio, esclamò:
— Ma che! È uno spauracchio di quel parruccone del principe... Eh, conosco anch’io le arti di Vienna!... Vogliono ottenere qualche cos’altra da me, e cercano prepararmivi con di queste rivelazioni di pericoli da loro inventati... Quantunque non so bene che cosa possano pretendere di più da noi che abbiamo oramai posto tutto il nostro Stato in loro balia... A ogni modo non ci credo, non ci credo, e m’infischio degli avvertimenti del principe.
Zoe andò a raccattare per terra la lettera così sprezzosamente trattata dal duca, e poi venendogli innanzi colle più seducenti maniere di cui fosse capace, messagli con amorevole, ma pure rispettosa famigliarità la mano sul braccio, gli disse con voce così sommessa che nemmeno l’Anviti, lontano solamente due passi, non potè udirne le parole:
— No, Altezza; non disprezzi questo avvertimento. La sua Polizia qui sarà ben fatta, ma non è ancora una perfezione. Ho mezzi ed elementi da provarle che essa ignora molte cose e non sa penetrare in molti misteri. Mi dia un po’ di tempo, Altezza, ed io le farò scoprire e conoscere quanto Lei non s’aspetta mai più.
— Quanto tempo?
— Non più d’una settimana, e vedrà. Sono venuta apposta. Oh! io non ho mai potuto dimenticare V. A. — e saettò il principe con uno sguardo che lo fece sorridere di sguaiata e vanitosa compiacenza. — E per Lei, per la sua salvezza sono disposta a qualunque cosa. Vengo da un viaggio per tutta l’Italia centrale; conosco i raggiri dei rivoluzionari in ogni città dello Stato Pontificio, della Toscana, del ducato di Modena e ne ho meco le prove; so, e saprò meglio fra poco, dove fanno capo anche qui a Parma i fili della trama. V. A. può fidarsi di me; non avrà servitore più devoto, più zelante, e — abbassò ancora più la voce, — più innamorato.
Ed occhieggiò di nuovo, amorevole, seducente, voluttuosa.
Carlo III, inuzzolito, afferrò la donna, la strinse al petto e le stampò un grosso bacio sulle labbra. Essa — oh ammirabile commediante! — si divincolò, si sciolse, corse all’altro capo della sala, presso la tenda dell’uscio della sua camera, con un atto di pudore, di virtù oltraggiata, di dignità offesa, che ognuno, il quale non conoscesse il di lei passato, non avesse udito le parole da lei susurrate al duca, l’avrebbe dicerto creduta una innocente perseguitata dal vizio tracotante.
— Oh Altezza! — ella esclamò ancora, con accento affatto pari e degno della significazione delle mosse.
La tenda di seta damaschina che pendeva innanzi all’uscio della camera cubicolare s’agitò un pochino.