La spinse fuor dell’uscio da quella parte, poi corse all’uscio della sua camera; passando innanzi allo specchio vi gettò uno sguardo a mirarvisi; fu contenta del suo pallore, del selvaggio fuoco dei suoi occhi: si cacciò ancora una mano nelle treccie a disordinarle di più; si sorrise soddisfatta; fu alla porta, aprì con mano tremante il battente e con voce che pareva quella d’una donna all’agonia susurrò:

— Venite, Alfredo!

Il conte di Camporolle si presentò pallido quanto lei, gli occhi più smarriti di lei, un fremito di dolore, di furore in tutte le membra.

Ella stava appoggiata all’uscio tenendo stretta nella mano la chiave posta nella serratura; il suo sguardo cercava quello del giovane, ma gli occhi di costui lo sfuggivano; c’era in quella sala un silenzio di morte.

— Alfredo! Alfredo! — ella gemette dopo un istante di penosissimo silenzio. Parve voler dire chi sa quanto; agitò le labbra senza che suono ne uscisse; fu scossa da un brivido che avreste detto mortale, sollevò le braccia, accennò volerle gettare al collo del giovane, ma non potò, e scivolando rasente la persona di lui, il suo bel corpo cadde lungo e disteso, come morto, per terra.

XXIII.

Alfredo s’era lasciato menare dalla governante traverso due o tre stanze all’oscuro, fino a che quella donna che lo traeva per mano gli aveva susurrato all’orecchio:

— Stia qui; e non si muova: — e poi era scomparsa.

Egli s’era trovato in una camera da letto piuttosto vasta, immersa in una semi-oscurità, poichè la sola luce che vi fosse era quella piccola e velata d’una lampadina da veglia con globo di cristallo opaco e ventola di color verde. La prima impressione che provò colà dentro fu quella d’un profumo delicato, sottile, penetrante, squisito, che rivelava senza il menomo dubbio possibile la camera d’una donna — e d’una donna elegante. A tutta prima aveva il sangue in tal turbamento che quasi non vedeva intorno a sè, non poteva avvertire altro che il battito frequente e violento del suo cuore. Il sospetto e la gelosia che gli avevano suscitato il sapere colà dentro, colla baronessa, il duca di Parma, insolente, sfacciato donnaiuolo, più libertino d’ogni corrotto giovinastro; quell’essere introdotto così misteriosamente e trovarsi lì, nascosto, incerto di che fare, di che gli dovesse succedere, davano all’anima sua giovanile un’emozione che non poteva dominare. A poco a poco si calmò. Guardò intorno a sè, curioso, interessato, avido. La camera era tutta parata in bianco e cilestre. Di seta azzurra erano coperti sofà, poltroncine e seggiole; di seta azzurra e di preziose trine era incortinato il letto su cui scintillavano i riflessi metallici del raso azzurro; in mezzo a quelle cortine non penetrava raggio di quella mite, debole luce, e la tenebra fitta in cui pareva ritrarsi, affondarsi la parte superiore dell’elegante letto di mogano scolpito, appariva agli occhi d’un giovane ventenne ricca e promettente di voluttuosi, ineffabili misteri. Una stupenda pelle di tigre col capo belluino imbalsamato e gli unghioni dorati, faceva l’effetto di un mostro domato che strisciasse, schiacciato a terra, a domandare pietà. Ad Alfredo sembrò vedere una ferocia di desiderii insani che tentasse arrampicarsi all’assalto di quelle ombre in cui doveva annidarsi un’Iside tremenda e seducente. Sopra un leggero tavolino monopodo, entro un vaso chinese, languiva un mazzo di fiori esalando nella sua morte il dolce veleno dei suoi profumi; e lì presso, un guanto abbandonato, un guanto che serbava ancora il modello della mano, un guanto che mandava ancor esso un effluvio e più inebbriante di quello dei fiori.

Alfredo fu scosso come da un brivido. Quel guanto gli pareva animato, gli pareva accennasse a lui con atto pieno di malìa, di amorevolezza; gli pareva vederlo attaccato ad un braccio di forma scultoria, e col pensiero saliva su di quel braccio, incontrava una spalla, un collo, un seno.... quali aveva visto quella sera stessa, poche ore prima, nell’ardente, infuocata atmosfera del teatro. Ma e il volto? Strano a dirsi! Il volto che pensava, che voleva, che cercava rivedere, non gli appariva chiaro, netto e preciso come gli sarebbe piaciuto, quale lo aveva pur visto le mille volte nelle sue fantasticherie. Egli lo aveva tanto impresso nella mente: credeva sentirselo stampato nel cuore; eppure ora non se lo vedeva che in confuso, una nebbia sembrava avvolgerlo; lo mirava come in una lontananza che vela i particolari; era una rassomiglianza, non l’efficacia dell’identità. Sollevò il capo dispettoso di sè stesso. Una piccola scintilla di fuoco s’accese ai suoi occhi nell’angolo d’una cornice dorata su cui batteva un raggio della lampadina. Fu come un richiamo al suo sguardo; in mezzo a quella cornice occhieggiava, sorrideva una donna: lei! Il pittore, felicemente ispirato da quella malìa di sembianze, era riuscito a fare un piccolo capolavoro. Era proprio lo sguardo di quella affascinatrice, profondo, penetrante, ardente, misterioso, crudele, pieno di voluttà, di sarcasmo, di passione, diabolico; erano le carnose di lei labbra, color di corallo, color del sangue, che, socchiuse, lasciavano scorgere denti di bianchezza canina, piccoli, acuti, taglienti, quasi avreste detto bramosi di mordere; era il pallore d’avorio di quella carnagione, su cui il tempo e il dolore e una travagliosa cura incessante parevano pure volere incidere il loro marchio di rughe e non poterlo; era nel complesso quell’espressione indefinibile, attraente, segreta che faceva all’osservatore, di tal creatura una sfinge, o gli accendeva nell’anima, nel cuore e nei sensi una prepotente smania di cercarne, di trovarne il motto e spiegarne l’enigma; su tutto questo aveva messo ancora il suo incanto la potenza dell’arte che solleva la realtà alle più sublimi bellezze dell’ideale. Quel poco di asprezza e di volgarità, che si poteva talvolta notare nel modello vivente, qui era scomparso; la preoccupazione pareva forza di pensiero e spoglia affatto d’ogni accenno di mal talento: il labbro muto riusciva eloquente; l’ombra lieve sulla fronte appariva la mestizia d’un intimo dolore cui sarebbe felicità suprema il dileguare, il consolare, il far cadere in oblìo; la stessa voluttà promessa dal sorriso audace e provocante, prendeva alcun che di superiore, di più nobile, di più squisito delle materiali soddisfazioni dei sensi.