Alfredo stette un poco rapito innanzi a quel ritratto a contemplarlo. I profumi di quell’ambiente, la calda temperatura, la debol luce, la vista di tutti quegli oggetti che a lei appartenevano, che ella forse un sol minuto prima aveva toccati, che erano quasi parte di lei; la vista di quel dipinto producevano in lui un’ebbrezza che gli saliva poco a poco al cervello. Provò quell’incanto e quelle emozioni che ci descrive così bene il Rousseau nella sua Nuova Eloisa, come provate dal Saint-Preux introdottosi nella camera dell’amata donzella. Anch’egli prese, brancicò colle mani tremanti quelle cose che gli parevano ancora calde del tocco di lei, ancora impregnate degli effluvi delle carni di lei; baciò con delirio quel guanto, quei cuscini, quella coltre... Ma nella sua estasi venne ad interromperlo una voce d’uomo, una voce ingrata, ch’egli riconobbe per quella del duca. S’accostò vivamente a quella porta donde tal voce veniva; trovò l’uscio socchiuso, e traverso i battenti, benchè la tenda di seta pendente nell’altra stanza gl’impedisse di vedere, potè giungere al suo orecchio tutto ciò che fu detto.
Dapprima non volle credere: quella donna che a lui pareva la prima del mondo, tollerava un simile linguaggio da quel libertino di principe: riconosceva essa stessa ch’egli aveva un certo diritto a parlarle in tal modo! Al passato di lei, Alfredo non aveva mai neppure pensato. Ammetteva ch’ella avesse potuto amare altri: glie l’aveva detto essa stessa; ma una vita di disonore come quella che ora gli rivelavano le parole del principe, no, in lei non l’avrebbe creduta mai, non l’avrebbe neppure sognata possibile. Sentiva un dolore grandissimo invadergli l’animo: egli che, giusto a quel punto, in mezzo a quell’ambiente pieno di lei, innanzi alle sembianze di lei, l’aveva più che mai idealizzata, esaltata! Ciò che succedeva nel suo intimo, egli non se lo spiegava bene; ma era un grande e profondo cambiamento. L’affetto che sentiva per quella donna forse n’era diminuito, forse no; ma si faceva a un tratto ben diverso. La parte materiale di esso subitamente predominava. Quasi gli era parso fin allora inaccessibile quella bellezza superba che aveva visto sempre schiva, sprezzante, cinta di disdegnoso riserbo; la voce che la rivelava una caduta gli pareva dicesse: «sarà anche tua!» Sentiva degl’impeti d’indignazione che lo spingevano a disistimarla, a levarla da quel piedestallo su cui l’aveva fino allora adorata; e in pari tempo sentiva degli impulsi di desiderio violento che lo inebriavano col pensiero: «da quel piedestallo cadrà nelle tue braccia.» La foga de’ suoi venti anni imponeva silenzio alla ragione, alla morale, al dolore del disinganno. La voce stessa della donna che, traverso quel leggero tessuto, gli giungeva calda, sonora, palpitante, piena di fremiti e di passione, riusciva per lui una seducente provocazione. Un’aspra, velenosa gelosia lo morse, pensando a quell’uomo — fosse pure un principe — che aveva il diritto di parlare così a quella donna, che aveva con lei tali vincoli nel passato, che poteva, che voleva, e ci sarebbe riuscito dicerto, rinnovare con essa siffatti legami.
Più volte fu sul punto di slanciarsi in quella sala ad affrontare quel suo potente, e da quel punto odiatissimo rivale; quando il duca fu per recarsi esso stesso a vedere chi fosse l’uomo nascosto, Alfredo sarebbe uscito certamente; e già s’era mosso, se la Zoe non avesse ratto chiusa la porta a chiave. Udì fremendo la scena che ne seguì: e quando, partito il principe, la donna aprì l’uscio, egli venne fuori con un misto sì confuso di sentimenti, con un tumulto tale di pensieri e d’affetti da non riconoscersi, da non raccapezzarcisi egli stesso. Ira e vergogna, spasimo di cuore e delirio di sensi, una smania indefinibile, un acre, feroce anelito di voluttà e di vendetta lo tormentavano: gli pareva insieme voler battere anch’egli quella donna su cui era discesa l’infamia della scudisciata ducale, e gettarsele al collo a divorarla di baci, sputarle l’insulto sulla faccia e trascinarsele ai piedi a mormorarle una dichiarazione d’amore.
Essa gli tolse ogni imbarazzo di scelta: gli gettò quello sguardo in cui pareva aver messa tutta l’anima sua, mandò quei grido, quei gemito che sembravano significare il trabocco del dolore nel cuore d’una povera donna — ed era caduta priva di sensi ai piedi di lui.
Alfredo atterrito, per prima cosa pensò a chiamare soccorso. Si slanciò verso il camino per tirare il cordone del campanello; ma udì un sommesso gemito, una specie di leggero rantolo dalle labbra della svenuta, e s’affrettò a tornare presso di lei.
XXIV.
Alto, profondo silenzio regnava tutt’intorno. Era uno strano spettacolo, da cui Alfredo, malgrado il tumulto della sua anima, fu pure colpito: quella sala elegante, sfarzosamente illuminata, coi mobili in disordine, tanti oggetti a terra in frantumi, una quiete sepolcrale, e distesa sul ricco tappeto persiano una giovane donna che pareva cadavere.
Il giovane si accostò a quel bellissimo corpo abbandonato, l’occhio fisso con potenza magnetica su di esso. Le chiome disciolte s’erano diffuse intorno al capo leggiadro sul tappeto a fondo bianco e facevano come un’aureola d’oro alla pallida faccia, la veste da camera slacciatasi davanti s’era aperta e mostrava nudo il collo fidiaco, una parte della spalla che poteva dirsi una perfezione, e su quella pelle bianca, fine come una seta, correva alla base del collo la striscia rossa lasciatavi dallo scudiscio del duca.
Alfredo s’inginocchiò presso la caduta, si chinò verso di lei con sempre crescente emozione; quelle labbra sanguigne, cui neppure lo svenimento aveva impallidite, lo attiravano con insuperabile potenza; il candore della pelle nel collo, nella spalla, nel seno lo abbacinava; si chinò, si chinò fino a sentire sul suo volto il lieve alito che usciva dalle semiaperte di lei labbra; le pose una mano sul cuore, lo sentì battere lento e piano; si chinò ancora: quella striscia rossa sulla pelle bianca era lì sotto ai suoi occhi alla distanza di un palmo; la sua bocca vi precipitò sopra avida, fremente, e vi stampò su un bacio caldo, appassionato, rabbioso.
Zoe si scosse tutta, di subito, come se una corrente elettrica l’avesse invasa; aprì gli occhi, da cui balenò ratta una luce e tosto li rinchiuse; mandò un grido soffocato che si spense in un sospiro; le braccia, come allo scatto di una molla, si serrarono con soave pressione intorno al collo di Alfredo e tennero chiusamente appoggiata quella giovane testa al seno della donna, mentre con una specie di inconscio trasporto le labbra di lei ne baciavano furiosamente le chiome, la fronte, gli occhi, e mormoravano con accento di traboccante passione: