— Alfredo! Alfredo! Alfredo!

Egli si sentì rapire, si sentì mancare il rifiato, si sentì morire sotto quelle furibonde carezze. Ma la donna rallentò il nodo delle braccia, lasciò ricadere di nuovo abbandonata la testa, fece estinguersi di nuovo la voce in un gemito, e giacque in apparenza più svenuta di prima.

Alfredo sorse in piedi, afferrò la giacente alla vita sotto le ascelle e stringendola con emozione al suo petto la trasportò sul più vicino sofà, adagiatala sul quale, egli le si inginocchiò presso e le coprì di baci le mani, chiamandola a sua volta dolcemente per nome.

La donna, senz’aprir gli occhi, fra due gemiti leggeri, pronunziò sommessamente alcune staccate parole che il giovane raccolse con avido orecchio.

— Oh mi si lasci morire... Oh fossi morta!... Oh essere oltraggiata innanzi a lui... perduta per lui!...

— Zoe! Zoe! — esclamava Alfredo padroneggiato dalla passione; — ascoltami, guardami... sono io.... io che ti amo sempre.... io che del tuo passato non ho diritto di chiederti nulla... io che ti perdono tutto.

Ella parve nuovamente rianimata di colpo da queste parole: mandò un’esclamazione di gioia che avrebbe potuto dirsi celeste, le pupille scintillarono più vive che mai, le labbra sorrisero, un lieve rossore venne a tingere l’opaca pallidezza delle guancie.

— Tu perdonarmi! — esclamò — tu Alfredo!... Tu avverare il mio più caro, più vagheggiato sogno.... da me stessa creduto impossibile!... Il mio passato... l’orribile mio passato!... tu me lo perdoni?

— Sì... Anzi, te lo ripeto, ho io pure il diritto di chiedertene? di fartene colpa?

— Sì, sì, sì... perchè tutta la mia vita vorrei fosse tua, fosse degna d’esserti messa ai piedi... Tu hai ora udito dalla bocca di quel principe scellerato....