— Sì! sì! sì!.... Vestita come una ballerina, la maglia color di carne, le spalle e le braccia nude, il belletto sulla faccia, i fiori finti nei capelli, il guarnellino corto scintillante di lustrini, innanzi a migliaia d’occhi di spettatori ammirati, avidi, entusiasti, al suono provocante d’una musica a stromenti metallici, al galoppo del cavallo che vi trasporta facendovi rompere l’aria tepente, impregnata di mille effluvii e della polvere del circo, colla faccia arrossita, ai lazzi dei buffoni nell’arena, alle grida e ai battimani degli applausi.
— Oh! — esclamo Alfredo, passandosi una mano sulla fronte. Quell’ideale di donna che egli aveva amata nella bella persona che gli stava accoccolata dinanzi; quell’ideale che già erasi sfaldato alle rivelazioni avute dalle parole del principe, ora svaniva affatto... ma rimaneva la bellezza materiale delle forme, fatta più procace ancora dal pensiero di quei deplorabili trionfi.
— Voi vi indignate, non è vero? — continuò la Zoe, — come s’indignarono tutti i nobili miei congiunti e conoscenti, quantunque avessi accuratamente nascosto il mio nome e fossi andata lontano dalla mia città... E intanto ebbi non solo pane, ma agiatezze da dare ai miei genitori che mi disprezzavano e che più non vollero vedermi... E vi giuro, Alfredo, che la mia condotta, i miei modi, la mia dignità sempre mi fecero rispettare dai miei compagni e da quei poco morigerati giovani che frequentano simili artisti.
(In tutto questo romanzetto la verità era che essa, dopo avere passato la sua infanzia e la prima giovinezza coi saltimbanchi sulle piazze, era stata arruolata in una compagnia equestre, dove la sua bellezza e l’ardimento le avevano presto fatto acquistare una celebrità speciale sotto il nomignolo della Leggera).
— Ma ora, — ella ripigliò dopo una breve pausa, e fingendo a meraviglia di fare un penoso sforzo per continuare, — ora viene l’episodio più doloroso, più vergognoso, più maledetto della mia vita.
XXV.
La Zoe si raccolse un momento come per chiamare a sè tutte le sue forze onde abbisognava per ritornare su quei dolorosi fatti ed esporli; Alfredo, avvertendo che qui era il punto principale ed importante della narrazione, si chinò verso di lei con ancora maggiore interessamento.
— Io non aveva ancora amato mai... agli omaggi degli uomini mi sentivo affatto indifferente, anzi n’ero sdegnosa e sprezzante... Avevo conosciuta di tutti quelli che m’avevano avvicinata, e che pure secondo la società dovevano essere dei migliori, la bassezza di animo, la nullità dello spirito, la insufficienza del carattere!... Mi credevo io stessa incapace di quel sentimento. La mia virtù non aveva grandi difficoltà a salvarsi in mezzo a quelle dagli altri credute seduzioni, che mi attorniavano; trovava un aiuto e una forza nella mia apatia, nella stessa coscienza del mio valore, nel mio disprezzo d’altrui... Ma venne un giorno fatale in cui anche la mia superbia fu vinta... Vi ricordate che a Bologna, la prima volta che vi parlai, vi chiesi se eravate del Piemonte? Fu perchè nei vostri occhi mi parve scorgere, nella vostra voce sentire qualche cosa di colui... E fu per ciò, forse, che incominciai subito ad amarvi.... Fu in una città piemontese che lo vidi, che mi accostò, che mi vinse... Ah! ma come quell’uomo era superiore a tutti!... Come cuore, mente, valore, bellezza, forza, gentilezza erano in lui tali da offuscare ogni dote d’altrui!...
Si sollevò un momentino della persona, scoccò uno sguardo amorosissimo negli occhi di Alfredo e soggiunse abbassando la voce, come peritosa della sua confessione:
— Non vidi più altri che te degno d’essergli paragonato... te che me lo ricordavi!