Camporolle sentì un calore subitaneo, come una scintilla corrergli lungo la spina dorsale e poi invadergli le vene.

La donna continuava:

— Egli mi amò... Oh come seppe amarmi!... Egli lesse nel mio intimo, nella mia coscienza, egli conobbe ed apprezzò la purezza della mia vita, il coraggio della mia risoluzione, la nobiltà della mia indole e della mia condotta in mezzo a quel mondo che tutti condannano per corrotto ed ignobile; egli mi amò come mi avrebbe amata se mi avesse conosciuta nell’elegante salone di mia madre ai tempi delle maggiori prosperità della mia famiglia... Ed io l’amai... con adorazione, con culto, con entusiasmo, con trasporto di sacrifici, con abbandono appassionato, con tutto l’ardore e la potenza che può essere in una creatura terrena.

Alfredo sentì nel cuore il morso d’una stupida gelosia retrospettiva.

— Ah! — esclamò quasi con dolere, liberando le sue braccia dalle mani di lei che vi si stringevano tenaci, supplicanti, carezzevoli, calde, febbrili, e si trasse un pochino in là.

Ella s’accorse di ciò che passava nell’animo di lui. Se ne compiacque: era quello che voleva, suscitare le varie e più acute e più disparate emozioni nel giovine, affine di rammollirne la fibra, di indebolirne il vigore, di impossessarsi lei, colle arti sue, della volontà, del senso, del pensiero del giovane.

Riafferrò con forza, con risoluta energia, quasi con autorità le braccia di Alfredo, e sollevando il suo volto in quel momento animato, soffuso d’un rosato colore, quale egli non le aveva visto mai e che accresceva l’incanto della sua bellezza, continuò con voce più sommessa, quasi soffocata, fremente, affannosa:

— L’amai... e non fui sua!... Ci amammo supremamente da esser tutto l’uno per l’altra, da non aver più pensieri nè riguardi per nulla al mondo fuori dell’amor nostro... eppure i nostri rapporti furono incontaminati... Egli rispettò in me la donna cui avrebbe dato il suo nome, che avrebbe fatta sua compagna nella vita... Sì, — aggiunse con forza, levando in una mossa di nobile orgoglio la bella testa, — sì, egli avrebbe calpestato ogni pregiudizio, superata ogni difficoltà per condurmi all’altare, come pur n’ero degna. Ma la sventura appunto precipitò su di noi; la più orribile sventura che ci separò... che tolse a lui la vita — (abbassò la voce e chinò la testa), — a me l’onore e la felicità di tutta l’esistenza!

La falsa donna, attrice abilissima, si accasciò sul pavimento, come affranta da quel ricordo che rinnovasse in tutta la crudeltà d’un tempo un dolore incomportabile; s’accasciò e si coprì colle mani il volto e si pose a singhiozzare penosamente, con dolorosi sobbalzi che agitavano convulsamente il suo bellissimo corpo.

— Non fui sua!... — pronunziò con rotte parole e con istentato accento: — e un altro... Oh! l’infame!... E io ho potuto sopravvivere... e non istrozzarlo, e non istrappargli il cuore dal petto... e contentarmi di maledirlo!...