— Ah! — esclamò Alfredo con rabbiosa emozione: — il duca?...

Ella si levò impetuosa, furente, bella, terribile, le chiome ricascanti sulle spalle, attorcigliate come serpenti sanguigni che s’agitassero, il seno discinto, gli occhi fiammeggianti sotto il marmoreo pallor della fronte.

— Sì, il duca: — fremette con voce che vibrava come una nota metallica, che sibilava fra i denti, su cui si contraevano quelle labbra così rosse di sangue. — Il duca!... questo flagellatore di donne che s’abbassano a pregarlo...

Si torse le braccia in un trasporto di disperata rabbia che non toglieva nulla, ma anzi calcolatamente aggiungeva all’efficacia delle sue attrattive.

— Ah sono vile! — esclamò coll’accento di chi non è più padrone di sè. — Fui vile a non ammazzarlo allora, quell’empio; sono stata vile a non ammazzarlo ora... ora che m’ha insultata, lui che mi volle perduta, che m’ha colpita del suo frustino, lui che mi gettò nel fango... Lasciatemi abbreviare quest’orribile racconto... L’uomo ch’io amava era uno fra i capi dei liberali: fu circondato di spie, fu venduto da un traditore; un bel dì venne arrestato, si sequestrarono appo lui le prove più patenti di una congiura da lui avviata... Si parlava nientemeno che di condanna a morte... Io, povera fanciulla che non comprendevo nulla di codeste cose, credetti che la vita di lui fosse in pericolo. Ero disperata... Codesto duca da lungo tempo mi perseguitava con tutte le proteste e le promesse e le tentazioni che siffatta gente crede atte a vincere una donna... Mi dissero a un punto che una sola persona poteva adoprarsi a salvar l’uomo da me adorato: questo mostro di principe, e che io solamente potevo ottenere da lui che ciò facesse... Esitai, lottai... oh quello che soffrii! Ma lasciarlo morire non volevo... Ero pur certa che, caduta, egli non m’avrebbe amata più, m’avrebbe respinta... Ma lasciarlo morire!.... Acconsentii che il duca mi rapisse. Sacrificavo il mio amore, il mio onore, anche la stima di lui alla salvezza della sua vita... Questa il duca me l’aveva giurata... Fui tratta in una villa solitaria. Dio Eterno!.... Là mi attendevano donne svergognate, libertini, ribaldi, degni compagni di lui... una sequela d’orgie... infamie senza nome... là avvolta da una scellerata ebbrezza... oh! non fatemi pronunziare più una parola...

Ricadde sul pavimento affranta, anelante, gemendo, la faccia chiusa nelle mani, agitata la persona da piccole convulsioni di spasimo.

Oh l’ammirabile commediante! Chi non avrebbe creduta sincera quella emozione? Chi non avrebbe dato fede a quel racconto?

Alfredo, lui, credette ciecamente. Sentiva ammassarsi in cuore un monte di odio e di furore contro quello scellerato di principe che vendeva a tanto infame prezzo la sua protezione. Turbato fino all’intimo del suo essere, fremente egli stesso, incapace di più frenarsi, sorse in piedi e si pose a passeggiare su e giù per la sala, le guancie contratte, i pugni serrati. La Zoe non si mosse da quel luogo e da quella positura; pareva proprio la Maddalena, nell’eccesso della sua umiliazione e del suo pentimento, che aspetta la parola che deve redimerla dal Cristo pietoso; ma di sottecchi frammezzo alle lunghe palpebre color d’oro, le sue pupille scure dardeggiavano sul giovane certi sguardi saturi di elettricità, di indicibile potenza magnetica.

Dopo un poco, il giovane si riaccostò lentamente alla donna, sempre abbandonata a quel modo, e curvandosi alquanto su di lei, le domandò a mezza voce:

— E colui... l’uomo da voi amato... fu salvo?